lunedì 5 agosto 2019

Pancrazia in the U.S.A. (New York – prima parte)

Albergo a Long Island, colazione inclusa. Una babele di voci e profumi. Marito che, in brevissimo tempo, diventa cintura nera di waffle. Io che, altrettanto velocemente, ciuccio unte fettine di bacon, senza remore e senza dignità. Senza dignità io, non il bacon. Il mio cellulare che, all'inizio, non riesce ad agganciarsi al wifi, quello di marito invece sì, e da ciò una diretta facebook con il suo faccione divertito in primo piano e la mia crisi isterica – solo audio – in sottofondo. Una crisi isterica – a mia insaputa – con millemilioni di visualizzazioni. C'è gente che chiederebbe il divorzio per molto meno. 

Comunque, sarà che la strada tra l'aeroporto e l'albergo passa per una periferia di indicibile tristezza, sarà che Long Island non è Manhattan, sarà che la metropolitana è sporca e puzzolente, sarà il problema del wifi di cui sopra – whatever will be, will be – ma le mie prime ore a New York non sono proprio esaltanti e il mio primo commento al riguardo è un lapidario "Accidenti, quant'è brutta questa città!" al che il marito, che a NY è già stato e la ama assai, mi guarda come se gli avessi appena insultato tutta la famiglia, nonnina preferita inclusa. 

Per fortuna finalmente arriviamo a Manhattan, passiamo per la stazione centrale, Grand Central Terminal, "Gossip girl, gossip girl!" esclamo io, senza vergogna e remore di svelare al mondo e, soprattutto, al marito, di essermi vista tutta la vacua e folle serie, pur essendo abbondantemente al di fuori del target adolescenziale a cui era destinata. Poi facciamo tre volte il giro dell'Empire State Building in cerca dell'ingresso,  lo troviamo, dentro c'è l'ascensore che fa 80 piani in un secondo, ci sono i valletti che indicano la strada ad ogni corridoio e svolta, e c'è la città da ammirare dall'alto. La giornata è bellissima ed io, finalmente, inizio a cogliere il fascino del luogo, con l'Hudson, le barche e la statua della libertà che da quassù è piccolissima. "Ci facciamo un selfie?" chiedo, che nel mio linguaggio vacanziero significa "Ok, questo posto mi piace, teniamoci stretto questo ricordo".

E da quel momento, per sei giorni è un susseguirsi di scatti, luoghi, esperienze e scoperte.
Il MOMA che sta per chiudere per lavori. Facciamo appena in tempo a vederlo. Bellezza ovunque ma è qualcos'altro ad attirare maggiormente la mia attenzione. La gente si accalca davanti a un van Gogh. Mi fa sempre un certo effetto pensare che lo sventurato sia vissuto e morto male. Solo e dall'enorme talento non riconosciuto. Abbia venduto un solo quadro in vita sua ma che adesso sia uno dei pittori più conosciuti di sempre. Non solo le sue opere raggiungono quotazioni altissime ma anche chi non è mai entrato in un museo in vita sua l'ha sentito nominare almeno una volta. Non sono sicura che lui gradirebbe l'ironia della sua sorte.
Il MET. Adoro il Met. Me ne innamoro subito, mi metterei a vivere lì, in una sala qualsiasi, dormirei felice ranicchiata tra statue e quadri per poi, al mattino, salire in terrazza a far colazione. Si aggiunge di prepotenza ai miei musei del cuore, insieme al Pergamon di Berlino e alla Pincoteca di Brera.
Il Museo di Scienze Naturali con incluso spettacolo dentro il planetario. Ti metti in poltrona, alzi gli occhi e sei immerso tra le stelle e poi tra gli alberi e poi ancora le stelle. Io una cosa così la vorrei in casa, in soggiorno, mi siederei sul divano, soffitto e mura prenderebbero vita e mi farei un viaggio nella Via Lattea e poi più in là ai confini dell'universo, che Netfilx scansati proprio!
Il battello al tramonto, direzione Staten Island, a guardare lo skyline dall'acqua, mangiarsi il primo hot dog di una lunga serie e finire la serata morti di sonno.
In mattina invece si prende un altro battello, lo si raggiunge passando accanto al toro arrabbiato e poi a destra dietro il carosello, dove fisso con stupore una numerosa famiglia con cappelli e cuffiette "gli amish gli amish" sgrano gli occhi ma non indico e non alzo la voce perché lo stupore non diventi invadenza. Ci imbarchiamo. Sotto lo sguardo attento di tutta la ciurma, "Whatch your step" dicono ad ogni passeggero, ad ogni passo, prima di salire. Ci si sente coccolati ma anche terribilmente ansiosi. "Sto attento a dove metto i piedi, sta sereno!". Prima siamo alla Statua della Libertà, dove il museo racconta una storia lunga e un progetto ambizioso. Poi, in una giornata lunghissima che mette a dura prova il fisico di marito, arriviamo ad Ellis Island, approdo della grande immigrazione europea tra Ottocento e Novecento. L'edificio principale è restaurato ma fedele. In quelle stanze a guardar fuori da quei finestroni ci fu anche il mio bisnonno dai baffoni importanti e l'aria distinta. Partito da solo e tornato in Italia da moglie e figli con le tasche piene. L'audioguida racconta la sua storia e quella degli altri. Passo passo. Trasmettendo la paura e l'enormita' del cambiamento affrontato dai bisnonni di tutti noi. La Quinta Strada...

Continua...

Prologo, Partenza
 

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