giovedì 29 marzo 2018

Gli Oscar secondo Pancrazia: Dunkirk


Stimo Christopher Nolan ma detesto i film di guerra. 
Ho deciso di vedere Dunkirk solo per dovere. Perché il regista inglese è uno dei migliori della sua generazione e i suoi lavori bisogna vederli. 

Mi sono approcciata a questo film, dunque, priva di una genuina curiosità e di un qualsivoglia entusiasmo.

E invece.

E invece Dunkirik mi ha conquistata. Ma conquistata sul serio. Testa, cuore e stomaco.  Più la pellicola andava avanti più io mi protraevo verso lo schermo in un fascio di nervi, aspettative e angosce.

Nolan ha messo alla prova il pubblico. Cosa che, tra l'altro, a lui piace tantissimo. Ha scelto la via più difficile e meno ovvia. E anche questo a lui piace un bel po'.  Ha raccontato una storia naturalmente drammatica con una fotografia fredda e,  soprattutto, ha evitato di  concentrarsi su un unico protagonista, rendendo così l'identificazione molto meno facile. Eppure a Nolan è riuscito comunque il miracolo di trascinare lo spettatore dentro la storia. In una maniera che non sarei neanche in grado di definire. Melodrammatica? No, ma forse un po'. Intensa? Sì. Cruenta? No, ma in un certo senso sì. Spietata? Sì, ma solo falsamente realistica.

In più il regista ha aggiunto al tutto il suo peculiare utilizzo del tempo nella narrazione. Passato e presente che si alternano, che si rincorrono fino a raggiungersi.

Ho adorato questo film, adorato sul serio.
Mi ha conquistata al 100%.

Giudizio finale: tre oscar su 8 nomination. Troppo pochi. La miglior regia era la sua. 

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