venerdì 17 febbraio 2017

Accadde al Residence, quarta parte

Alida andò a sbattere contro un muro, un muro morbido ed urlante. "Un astronauta" penso' un attimo prima di cadere a terra e sbattere la testa. Pochi secondi dopo si ritrovò sdraiata in mezzo al corridoio. Sopra di lei, ad osservarla, due paia d'occhi.
"Cazzo che botta!" disse Alex. "Stai bene?" le chiese Ivan.

L'accompagnarono amorevolmente alla reception, la fecero accomodare su un divanetto in ecopelle color cagotto colerico, e le offrirono un bicchiere d'acqua.
"Scusami, non ti ho vista arrivare, andavo un po' di corsa" si giustificò Ivan.
"Non importa, è stata colpa mia. È sempre colpa mia" si sminuì Alida. E cominciò a piangere. Per cinque minuti. 300 secondi di lacrime da una parte e silente imbarazzo dall'altra.

"Forse è il caso che ti portiamo al pronto soccorso" azzardò Alex.
"No, non preoccupatevi, vado a casa"
"Ma hai preso una bella botta e sei sconvolta"
"No, davvero, non è colpa della botta, ma di quello stronzo!"
"Rossi?"
"Già"
"Avete una storia?"
"Ma che storia e storia? Avevo un colloquio di lavoro!"
I due la guardarono, aprirono la bocca, ma poi scelsero di tacere.
"Sì, lo so cosa state pensando. Un colloquio in un residence..." 
"No" "Ma figurati" "Cioè" "È normale"
"No che non è normale! Non è normale, e io sono una cogliona! Ho bisogno di lavorare e speravo bastasse un sorriso e una minigonna. Non che la cosa sarebbe stata meno avvilente, ma le bollette non si pagano con la dignità! Quello invece mi ha messo le mani addosso. E ha fatto bene! Avrà pensato fossi una puttana, perché solo una puttana può trovarsi in una situazione così. Ma neanche quello sono riuscita a fare!" e giù di nuovo lacrime.

Ci vollero altri cinque minuti perché si ricomponesse. Smise di piangere, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca, si soffiò rumorosamente il naso, "Ora è meglio che vada" disse alzandosi dal divano.
"Ma no, dai, rimani ancora un po', lo vuoi un caffè?" le propose Alex.
Quindi, bevendo l'intruglio della macchinetta, Alida comincio' a raccontarsi. Aveva così tanto bisogno di sfogarsi che parlò a lungo e di tutto, anche della propria famiglia. "Il fratello minore di mio padre ha lavorato per anni al circo. Faceva l'addestratore di serpenti. Non che li sapesse davvero addestrare. Nessuno ne è capace. Ma ne sapeva prevedere le reazioni. I suoi spettacoli erano fantastici. Quelle bestie danzavano tra le sue mani"
"Parli sul serio?"
"Sì"
"Serpenti?"
"Sì"
"Serpenti? Serpenti?"
"Sì, cosa c'è che no va?"
"Nulla, continua pure"
"Comunque la passione di mio zio era talmente grande da essere contagiosa.  Da ragazzina ho lavorato per tre estati di fila in un rettilario. Facevo tante cose, ero così promettente all'epoca. Ho studiato biologia, ma nel mio paese non c'erano prospettive, e mi sono trasferita in Italia con la speranza di convertire la laurea e prendermi un bel Master in erpetologia. Ma i soldi non bastavano ed è andato tutto a rotoli. Non so come, non so quando, ma improvvisamente non ho avuto più prospettive! Davanti a me non c'era più un futuro radioso, e neanche un futuro nuvoloso, ma solo un muro, grigio, di cemento armato e altissimo. È terribile non vedere più una strada davanti a sé, si finisce in un posto così"
"Già" confermò Ivan, "si finisce intrappolati in un posto così"

Continua...


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