venerdì 31 ottobre 2014

Nella Rete: MyHomeGallery

Un artista e un viaggiatore.
Questo serve e niente di più per dare vita a MyHomeGallery.

A Myche?...un contatto diretto tra creatore e fruitore.
Una start up, una comunità, un'idea.

E quindi?
Cerco di spiegarvelo il più semplicemente possibile.

Gli artisti che fanno parte di MyHomeGallery aprono le loro case ai visitatori.
E' possibile andarli a trovare, conoscerli, parlare con loro e visitare delle vere e proprie "mostre su misura". In questo modo si coniuga turismo ed arte in maniera originale, si crea una nuova forma di turismo culturale.

Come funziona? Sei un turista, un amante dell'arte, un collezionista, o semplicemente un tipo molto curioso, e vuoi provare questa nuova esperienza?
Bene! Vai sul sito di MyHomeGallery, iscriviti, inserisci la destinazione del viaggio (o semplicemente la città dove abiti!), e scegli tra gli artisti segnalati quello che t'interessa di più. Contattalo e mettiti d'accordo su tempi, luoghi e contributo richiesto.
E poi parti. Parti per questa nuova avventura!

martedì 28 ottobre 2014

Lucy

Mettiamo subito in chiaro una cosa: non sono una tuttologa.
Non sono un'esperta di letteratura, teatro, cinema, varie ed eventuali. No.
Ma se m'imbatto in qualcosa che mi piace, che penso valga la pena, che. Se m'imbatto in qualcosa così, dicevo, amo parlarne sul blog, condividerlo con i lettori, spargere la voce, dedicare il mio tempo e la mia scrittura alla diffusione del bello. Di ciò che io ritengo bello.

Ecco. Questo giusto per chiarire. Perché negli ultimi mesi il pubblico di queste pagine è aumentato e, in parte, cambiato. Molti non mi conoscono. Molti non sanno cosa faccio. Molti avrebbero bisogno di farsi una camomilla. Endovena.

Detto ciò, sabato sono andata al cinema a vedere "Lucy", l'ultimo film di Luc Besson.
Spettacolo delle 0:35.
Non dovevo andare a vedere Lucy e non dovevo neanche andare a vedere l'ultimo spettacolo ma le vie della disorganizzazione, mancanza di parcheggio e disordine mentale sono infinite, e mi sono trovata al cinema, di notte, con un sacchetto di pop corn e una Scarlett Johansson che sparava come una matta.

Io ve lo dico. A me Luc Besson piace. A molti no. A me sì.
Perché è un regista fracassone ma poetico. Perché ama le donne e le sa dirigere. Perché è internazionale ma ancora così sfacciatamente francese. Insomma, per un casino di buone ragioni a me Luc Besson piace. Non nel senso che non ne colga i limiti o i difetti, ma proprio nel senso che mi diverte, m'intrattiene, mi fa simpatia e, se passasse da Torino, lo porterei da Fiorio a prendersi una cioccolata. Che, nella mia scala personale di valori, è la maggior espressione di affetto nei confronti di un turista in terra sabauda.

Detto ciò. Passiamo al film.
I primi 30 minuti di Lucy hanno il peso specifico del piombo. Io li ho visti ad occhi socchiusi e stomaco accartocciato. Alla protagonista succede di tutto e tutto si legge nell'espressioni del volto e negli occhi sgranati di una meravigliosa Scarlett Johansson.

A proposito, io ve lo dico, a me la Johansson piace. A qualcuno no. A me sì.
Perché è bella come una bambola ma brava come una donna. Perché è sensuale senza bisogno di sforzarsi. Perché è una che calca le scene fin da piccola ma non si è bruciata. Insomma, per un casino di buone ragioni a me Scarlett Johansson piace. Non nel senso che non ne colga i limiti o i difetti, ma proprio nel senso che mi convince, ne apprezzo il talento e le perdono persino di essere una bionda, stragnocca, molto più giovane di me.

Dicevo, i primi 30 minuti sono spessi, molto spessi. Poi la fantascienza sparatutto prende il sopravvento e Lucy, con la sua camminata da gnocca al rallentatore ed i proiettili che vanno in ogni dove, prende il posto che le spetta tra le eroine senza scrupoli regine del cinema degli ultimi 20-25 anni. Eroine che popolano l'immaginario collettivo specialmente grazie allo stesso Besson. E in parte a Tarantino, anche se le sue donne sono diverse. Ma non perdiamo il filo e concentriamoci su Luc.

In questo film c'è tutto il regista francese: c'è Nikita, c'è il Quinto Elemento, c'è Taxxi e c'è persino il mio adorato Leon.

Lucy ha due protagonisti americani, Scarlett Johansson e Morgan Freeman, ma non è un film americano. E' una storia che si muove tra oriente ed Europa, tra Taipei e Parigi. E' un film francese a cui si prestano facce americane.

La seconda metà della pellicola è tutta una corsa e un inseguimento fino ad una risoluzione mistico-filosofica-naif che lascia il tempo che trova, ma che a me è piaciuta. Ve lo dico.
Perché? Perché non era necessaria ma il regista ha voluto mettercela lo stesso. Perché Luc avrebbe potuto essere più sottile ma prorio non ce l'ha fatta. Perché Besson a queste cose ci crede, si capisce, e io lo porterei da Fiorio anche per questo. Per la sua buonafede, per il suo animo da fracassone, e perché vorrei sapere assolutamente dove hanno preso il vestito nero che la Johansson indossa per metà film. Lo voglio!

giovedì 23 ottobre 2014

Il Cab 41 sta al 41

Più o meno un anno fa chiesi: "ma qua a Torino qual è il locale storico del cabaret?"
Più o meno un anno fa mi fu risposto "Cab 41" con l'accondiscendenza che si deve a una povera disadattata.

L'altro ieri sono finalmente entrata nel tempio del cabaret sottolamole. E, per fare ciò, consapevole dei miei limiti, mi sono aggrappata a Google Map come una cozza allo scoglio. Ricerca impostata: via f.lli Carle 77. 
Tra la lettura del messaggio che mi era stato inviato con l'indirizzo esatto (via f.lli Carle 41) e i miei polpastrelli che digitavano deve essersi inceppato qualcosa. I miei due neuroni si devono essere distratti. Le mie sinapsi devono essere state subaffittate dalla vicina novantenne. Chi può dirlo? Fatto sta che un 41 è diventato un 77, ed io mi sono trovata di sera, da sola, a fissare un angolo di strada deserto. Deserto. Sì perché, tra l'altro, in via fratelli Carle la numerazione arriva solo fino al 67. Il 77 neanche c'è!
Di fronte alla mancanza del numero civico non mi ha sfiorato per un attimo l'idea di aver clamorosamente sbagliato indirizzo. E quindi di ricontrollarlo. Figurarsi! Perché mai tanta ovvietà? La spiegazione doveva essere un'altra. Il locale doveva essere nascosto da qualche parte: in un interno che mi era sfuggito, rinsecchito tra due palazzi come la casa di Sirius Black in Harry Potter, oppure risucchiato per sempre in un'altra realtà spazio temporale. 

Annebbiata da tanta meravigliosa e ottusa chiusura mentale, non mi è restato altro che chiedere disperatamente aiuto. Un aiuto umano e collaborante, però,  e non l'ennesima app di stamin@##! 
Buttato Google Map alle ortiche, mi sono fiondata nel primo locale aperto e ho frignato davanti al proprietario:
"Ma lei lo sa dov'è il Cab 41? Perché non riesco a trovarlo? Sarebbe così gentile da indicarmelo? E' il numero 77, ma il 77 non c'è, dov'è il 77?", il tutto in una profusione di occhioni supplichevoli, ciglia sbatacchianti, e bocca a cucchiaino. Perché la mancanza di senso dell'orientamento e conoscenza urbanistica della mia stessa città mi trasforma facilmente in un essere piccolo, bisognoso d'aiuto, e incapace di mantenere una qualsivoglia dignità.
"Non lo trova perché il Cab 41 non sta al 77. Ma al 41. Cab 41. Lo dice il nome stesso" il tutto in una profusione di umana pietà per una deficiente.
Un'altra tacca nel mio personalissimo cinturone delle figure da rincoglionita.
Soddisfazioni a mazzi, proprio.

Tornata dunque sui miei passi, ho potuto finalmente varcare la soglia del mitico Cab 41.

Ma io, l'altro ieri, che ci sono andata a fare al numero civico 41 di via fratelli Carle?
L'occasione è stata la prima serata del Lab Stand Up.
Lo spazio dedicato agli stand up comedian. I monologhisti. Insomma, quelli che si mettono di fronte a un microfono e parlano, parlano, parlano.
Obiettivo? Raccontare la propria visione della vita, del mondo, dell'Europa, dell'Italia, del pianerottolo, del matrimonio, o dell'interno delle mutande. Tutto ciò facendo ridere. Meglio se facendo MOLTO ridere.

Ieri sono saliti sul palco otto monologhisti, ognuno con una quindicina di minuti a propria disposizione. Ognuno ha provato e sperimentato come in ogni laboratorio che si rispetti.
C'erano i veterani e i giovanissimi. Gli aggressivi e i moderati. Gli esperti e gli insicuri. Quelli che avevano fatto tv e quelli che ancora se la facevano addosso. Quelli con una faccia conosciuta e quelli no.
Il bello di questa idea è proprio questo: c'è un po' di tutto.
Lo spettatore arriva, si siede, ordina qualcosa da bere, e per un paio d'ore ascolta i comici che si susseguono sul palco. Più o meno bravi. Più o meno divertenti. Più o meno politicamente scorretti, perché in un locale ci si può permettere ciò che in tv, ad esempio, non si potrebbe. Nessuna censura. Evvivaiddio!
Tanto che per entrare bisogna avere almeno 18 anni. A tal proposito, inspiegabile che nessuno mi abbia chiesto i documenti. Deve essere stata una svista.

La battuta migliore della serata? "Renzi è lo sbiancamento anale di Berlusconi".
La personale conclusione della serata? Tra un comico che porta l'ennesimo, seppur divertente, monologo incentrato sui rapporti tra uomo e donna, e un altro che prova a sperimentare con qualcosa di diverso, ma magari un po' meno divertente, preferisco assolutamente il secondo. Perché quel testo avrà la possibilità di essere migliorato, anche molto, mentre una minestra riscaldata sarà sempre e soltanto una minestra riscaldata.
Giocare sul sicuro con la comicità fa portare a casa la serata. Ma non porterà mai l'autore da nessun'altra parte.
In un laboratorio bisogna dimenticare le sicurezze e provare a lanciarsi un poco più in là. C'è il rischio di prendere una clamorosa craniata, ma è l'unico modo per crescere.

Per concludere: siete maggiorenni e curiosi? Sappiate che le prossime serate di Lab Stand Up sono previste per il 4 e il 18 novembre, il 2 e il 16 dicembre. Ore 21:30.
Ingresso gratuito.
Il tutto al Cab 41 in via fratelli Carle 41. Quarantuno. Q-u-a-r-a-n-t-u-n-o. Mi raccomando!

martedì 14 ottobre 2014

Pancrazia and the City/4

Ricapitolando.
Torno single dopo un'infinità di anni vissuti in coppia, e scopro un mondo nuovo: quello del broccolaggio (sì, lo so, avevo promesso di non usare più questo termine, chiedo venia) over 35. 
Do l'annuncio urbi et orbi della mia nuova condizione.
M'iscrivo a un'incongrua varietà di corsi.
Insomma, ricomincio a vivere con entusiasmo e disordine.

Il tempo passa, fino a quando accade l'inevitabile. Dopo mesi di uomini repellenti, stupidi e francamente molesti, m'imbatto in un tizio alla cui vista non sento l'impellente desiderio di fuggire urlando.

Incontro. Amicizia su facebook. Chat.
OhmioDio!
Finora ho condotto conversazioni online sbadigliando e sperando nella caduta della linea.
Finora ho accampato fantasmagoriche scuse per evitare appuntamenti, e qualsivoglia incontro che non includa la presenza di almeno altri 10 amici a far da cuscinetto.
Finora.
Poi questo tizio comincia a scrivermi e io decido che, non mi piace ma con lui non voglio fare la figura della scema, isterica, celhosoloio. Non mi piace ma voglio che mi trovi simpatica. Non mi piace ma m'interessa l'opinione che ha di me.
Ecco! E' finita la pacchia. Interrotta l'estasi. Concluso il benessere del machisenefotte. E inzia il limbo del ameluinonpiaceperòiovorreipiacerglialmenounpochino. E perché? Giusto per risalire sulla giostra. Giusto per divertirmi un po'. Giusto.

Arriva il primo messaggio sulla chat di facebook ed io, donna matura e ricca di esperienza, reagisco con sangue freddo e sicumera. Mi fiondo immediatamente su whatsapp a chiedere aiuto con la disperazione di una che sta annegando, la lucidità mentale di un ultracentenario, e l'autocontrollo di una quattordicenne a un concerto degli One Direction.

"Aiuto! Help! SOS" scrivo al mio ignaro migliore amico che, un secondo prima cerca di passare una tranquilla serata con la di lui amata e un secondo dopo si vede coinvolto, suo malgrado, nel mio delirio.
"Che c'è? Che succede?"
"E' terribile!"
"Cosa? Hai bisogno d'aiuto? Dove sei? Che stai facendo? Mi sto preoccupando! Devo chiamare la polizia?"
"Ma no! Devi aiutarmi!"
"A fare che?"
"Parlare in chat"
"Parlare in chat? E con chi?"
"Con quello ameluinonpiaceperòiovorreipiacerglialmenounpochino"
"E hai bisogno di un tutor?"
"Sì!"
"Ma tu parli in continuazione in chat!"
"Sì, ma a differenza del solito, di questo tizio m'importa l'opinione che ha di me"
"E perché?"
"E che ne so! Non sono lucida in questo momento! So solo che m'importa"
"Vabbé, e allora che aspetti? Parlaci!"
"E se pensasse che sono cretina?"
"Non me la sentirei di dargli torto"
"E se pensasse che sono noiosa?"
"Tu non sei noiosa, evita solo di essere monosillabica come al tuo solito"
"Vedi! Vedi! Vedi! Ho bisogno di te! Del tuo aiuto!"
"No, tu hai bisogno di uno bravo o, forse, semplicemente di rilassarti"
"Io per iscritto sono un disastro"
"Tu con la parola scritta ti ci guadagni da vivere"
"Ma questa è una cosa diversa, qua si parla di femminile simpatia, sofisticata gattamortaggine, allegra seduzione. Sono ANNI che non pratico questa nobile e antica arte"
"Bene, è ora di ricominciare!"
"Da sola? Senza il tuo aiuto?"
"Ovviamente!"
"Non ce la posso fare!"
"Devi"
"E se dovesse essere un disastro?"
"Sopravvivrai e imparerai dai tuoi errori"
"Io non voglio imparare dai miei errori! Io non voglio fare errori!"
"Allora adotta un gatto e comprati un plaid"
"Non sei divertente"
"Dai ce la puoi fare!"
"Sono fuori allenamento!"
"Giusto: quindi ricomincia ad allenarti hop hop!"
"Ma..."
"Passo e chiudo."
"Cosa? Passo e chiudo? Passo e chiudo?...Ehi!!!...Rispondimi! Dove sei? Aiuto!!! Aiuto!!!"

E un'ora dopo.
"Allora com'è andata?"
"Credo bene, ma..."
"Ma?"
"Sarei più tranquilla se tu leggessi tutta la chat e mi dicessi quali errori ho commesso e dove posso migliorare. Copio e incollo, eh?"
"Passo e chiudo"
"Passo e chiudo? Ma come? Un'altra volta? Ma daiii"

Continua...

lunedì 13 ottobre 2014

La minicronaca che non avevo previsto

In una macchina sotto la pioggia
"Farai la cronaca sul blog?"
"Ma figurati! E' una compagnia amatoriale che porta in scena una commedia di George Bernard Shaw. Una compagnia amatoriale che affronta un classico. Noi ci andiamo perché li conosciamo e siamo curiose come due scimmie, ma saranno inguardabili. Nessuna cronaca: non ne varrà la pena!"
"Bene, di fronte a tanto entusiasmo, mi preme ricordarti che sei stata tu a trascinarmi in questa serata destinata alla bruttezza, la noia e il fallimento!"
"Ne sono consapevole, e per questo ti sarò per sempre debitrice!"

Nel teatro
"Cavoli quanto è bello qui. Come si chiama?"
"Astra"
"Ma devono finire i lavori o quella roba grezza là è lasciata apposta?"
"Credo che sia apposta"
"Wow, di grande impatto"
"Decisamente"

Fotografia di Gianluca Platania, 2011


Un minuto all'inizio dello spettacolo.
"Te lo dico subito: se è troppo noioso me ne vado via prima della fine!"
"E no dai, non si fa!"
"Sì sì, che si fa"
"Ok, ma se te ne vai via prima, il mio debito morale nei tuoi confronti si estingue"
"Mi sembra corretto"

Sipario
La Compagnia dei Ghoti presenta "Non si sa mai" di George Bernard Shaw.

Quasi due ore dopo
"A me è piaciuto"
"Pure a me"
"E la tua teoria sulle compagnie amatoriali e i classici?"
"Forse devo rivederla. Forse sono stata un poco precipitosa"
"E anche snob"
"Sì"
"E saccente"
"Sì"
"E..."
"Ebbbasta!"
"Quindi?"
"Quindi, quasi quasi, scrivo persino una cronaca.  Così parlo anche di quanto sia bello il Teatro Astra che stupisce con il suo aspetto stropicciato, vissuto, vivo, sorto, e risorto"
"Wow! Quanto sei brava con gli aggettivi"
"Grazie. Lo so. E poi aggiungo che questa era una serata di beneficienza in favore di Architettura senza Frontiere Piemonte onlusperché in mezzo allo schifo generale c'è ancora gente con buone idee e bei progetti."
"Sì, ci sta"
"E finisco con l'elogiare questa compagnia di attori non professionisti. Compagnia che si fa un discreto mazzo e ottiene, contro ogni pregiudizio e previsione, buoni risultati. Perché ci vuole passione ma anche tanto tanto lavoro."
"Bene, e aggiungi pure che c'è piaciuta la scenografia: pratica ed essenziale"
"Giusto. E poi?" 
"E poi che ne so: la blogger sei tu!"

venerdì 10 ottobre 2014

Read English with Pancrazia (2)

One at a time

He walks briskly between tracks and shops.
Small steps under arches and down corridors.
Under arches and down corridors.

He wanders stealthily between suitcases and travelers.
Looking right and then left.
Right and then left.

He slips unseen from one floor to another.
He seeks the victim and finds the prey.
"Do you want it? It's ripe. One euro"

He sells corn on the cob.
At the station.
One at a time.


End.

Eccolo qua il mio secondo "anglo-parto".
Continuo il percorso, il viaggio, la sperimentazione con la lingua del bardo.
Cammino lungo questa strada fatta di ritmo, struttura e suono. 

"One at a time" è nato in italiano ma è stato parallelamente modellato anche in inglese, con diversi passaggi e correzioni dall'una all'altra versione. (Sì, tutto questo lavoro per poche righe) Infine è intervenuta la penna rossa della mitica Renée, l'amicaammmericana, che mi supporta, sopporta e sgrida come neanche una maestrina incazzosa:
"Sì, Pancrazia, il soggetto lo devi sempre mettere in inglese, non lo puoi sottintendere. Altrimenti sembri un'ignorante sgrammaticata"
"Ma mi spezza il ritmo! Oh Cielo, questa lingua infelice tarpa le ali della mia creatività!"
"Aoh, fly down, Sciecspir dei miei boots!"

Direi che il prossimo passo, la prossima sfida, sarà scrivere direttamente in inglese.
Ci sto decisamente prendendo gusto!

ps: la versione italiana la potete trovare su Humans Torino (Avete messo il like a Humans Torino? Non avete ancora messo il like a Humans Torino? Cosa aspettate a mettere il like a Humans Torino?!?! Mettete il like a Humans Torino!)

lunedì 6 ottobre 2014

Cronaca (in differita notturna) di un sabato sera tra tacchi, selfie e gorilla

Questo sabato sera è un sabato sera straordinario.
Prima di tutto, contrariamente ad ogni sabato sera che si rispetti, ha l'ardire di cominciare di pomeriggio. Sfacciato!

Alle 17 mi dipingo le unghie di rosso assassino, domo o almeno ci provo i ricci, infilo tutto il necessario in una borsa di tela, e mi precipito in centro. A fare che? In realtà non ve lo posso dire per ora, lo saprete a tempo debito, sappiate solo che esco di casa conciata come una poveraccia ma che, un'ora dopo, sono mimetizzata da gnocca. Strataccata, intubinata (inserita in un tubino nero), e truccata da figa (scusate il francesismo), che un miracolo così manco dopo una gita a Lourdes.

Alle 19 faccio orgogliosamente parte di uno stuolo di donne, la cui età varia dai 4 mesi ai nonvelodiconeanchesottotortura (ma portati benissimo) anni, che si dirige con passo sicuro verso il Café des Arts, locale dove avrà luogo la seconda data di Palco Oscenico. La rassegna teatrale che va dal cabaret alla musica, dalla sperimentazione all'improvvisazione. Questa sera è il turno dei DettoFatto, compagnia d'improvvisatori teatrali dotati di talento e Gorilla. (Eccoli su Humans Torino)

Le due ore che vanno dalle 19 alle 21 le trascorro bevendo vino rosso, razziando il buffet, chiacchierando e importunando gli artisti che costringo ad immortalarsi in un selfie.  Loro mi accontentano. E, del resto, perché non dovrebbero? Sono belli, quasi tutti, e possono contare tra le proprie fila nientepopodimeno che Delia Dimasi. Ella, oltre ad essere una delle migliori improvvisatrici di Torino, vanta anche il titolo di Regina dei Selfie. Non ho mai, ripeto mai, visto una sua foto in cui sia venuta male. Se tenesse dei corsi al riguardo io li frequenterei. Probabilmente verrei bocciata o sbattuta fuori dalla classe per manifesta incapacità e patologica antifotogenia, ma comunque m'iscriverei colma di fiducia e speranza.

Il gorilla c'è ma non si vede
La platea rimane desolatamente vuota fino a 5 minuti dall'inizio dello show. Poi, com'è nella tradizione dei sabato sera straordinari, i posti vengono occupati e la sala si riempie. Tra chi è seduto e chi resta in piedi non c'è più spazio per nessuno. Lo spettacolo può iniziare.

I DettoFatto presentano Gorilla Theatre TM, un format che si dipana grazie alle indicazioni del pubblico e a quelle degli attori che, uno alla volta, vestono i panni dei registi. 

Lo spettacolo standard prevede un regista, una storia, una votazione popolare, risate, un regista, una storia, una votazione popolare, grasse risate, un regista, una storia, una votazione popolare, grassissime risate, fino all'elezione del vincitore della competizione. Vincitore che avrà l'onore di portarsi a casa un gorilla. Un gorilla vero! O quasi.

La serata nello specifico vanta un primate "opponibile" ed accaldato che sverna in cortile, un DucaConte, due servi anglo-pugliesi, un UomodeiSogni e uno DegliIncubi, una mucca valdostana sedotta e abbandonata, una ragazza iberica appassionata dalle mani irresistibili (ben due, tra l'altro!), una Rossella O'Hara che, se non la si vede, non la si può spiegare. E pure una microdonna di 4 mesi che assiste al tutto composta e pacifica come un monaco buddista. La piccola non fa parte del format ma aggiunge dello stupefacente al sabato sera già straordinario.


I DettoFatto sono degli incredibili intrattenitori. L'ora di spettacolo vola via nel divertimento generale. Il pubblico è entusiasta, gli artisti sono contenti, l'organizzazione è soddisfatta. La blogger, e che ve lo dico a fa'?

Ma ormai si è fatta una certa. La gnocchitudine ha una sua scadenza. I tacchi slanceranno la figura ma dopo un po' anche basta. Lo straordinario deve tornare ordinario.

Buona notte a tutti!
Ci si legge al prossimo imperdibile appuntamento di Palco Oscenico.
A presto!

venerdì 3 ottobre 2014

Lei

Perché proprio oggi?
Potrei trovare mille spiegazioni ma, in realtà, il vero motivo non lo so.

Perché prima o poi doveva accadere e lei, forse, ne sarebbe persino contenta.
Perché l'altro giorno ho letto di un festival e ho pensato "bello, glielo devo dire, potremmo andarci assieme". Ho pensato prima di ricordarmi che assieme, lei ed io, non potremmo più andare da nessuna parte. Almeno non ora, almeno non qui.
Perché stanotte, come altre notti, l'ho sognata. E nei miei sogni so perfettamente che lei non c'è più. E anche lei lo sa. Ma vogliamo rubare ancora un po' di tempo, ancora un pomeriggio, ancora un giorno. Facciamo passeggiate, visitiamo mostre. Stanotte lei mi salutava in fretta e poi correva alle sue prove di balletto. Lei, a cui la danza classica non è mai neanche piaciuta.
Perché stamattina mi sono svegliata e ho scritto ad una sconosciuta che sta dall'altra parte del mondo. Una donna che combatte e ha combattuto. Come lei non ha potuto. Come lei non ha voluto. Ho scritto e ho pianto. Come se fosse successo ieri e invece sono già sette mesi.
Perché sono ancora arrabbiata con me stessa, perché non le sono stata accanto come avrei dovuto. Con lei perché non ha lottato e non c'ha neanche provato. Perché abbiamo avuto paura tutte e due. Perché la malattia fa paura. Tanto e ancora di più quando hai 37 anni e, in fondo infondo, te ne senti anche molti di meno.
Perché il tempo passa, ma io ancora ogni tanto sbrocco. E la gente si chiede cos'abbia. E quasi nessuno capisce, perché quando parlo di lei lo faccio sempre con poche parole asciutte, dette in fretta e a voce alta. Come se non m'importasse. Come se fosse tutto superato. E invece questo è solo l'unico modo che conosco per tenere su i pezzi, almeno di fronte agli altri, almeno un po'. Perché preferisco passare per stronza piuttosto che frignona. E lei questo l'avrebbe capito.
Perché il dolore non va esibito. Neanche su un blog. Ma ho pensato che per una volta lo potevo pure fare. Buttare tutto fuori, in un solo colpo. Scrivere di lei e scrivere a lei.
Perché mi manca e mi mancherà. Perché 23 anni di amicizia sono tanti e non li cancella nulla. Perché lei c'era sempre e ora non c'è più. E non le posso raccontare quello che faccio. Né le stronzate, né le cose belle. E lo so che si dice che "lei ti guarda ancora" ma non me ne frega un cazzo di lei che mi guarda ancora. Vorrei andarci al bar a chiacchierare. Vorrei raccontarle di quello che faccio, delle persone che conosco o del tipo che frequento. Le piacerebbe ascoltarmi e si farebbe grasse risate. "Tu non puoi avere una vita regolare, tu devi scrivere!" mi direbbe e avrebbe ragione.
Lei che fu la prima a regalarmi un block notes e una penna. Lei che in me ci ha sempre creduto più di me stessa. Lei con cui ho fatto le peggio cazzate della vita mia.  Ma sono rimasta solo io a ricordarle, e quando non ci sarò più io, non ci sarà più nulla. 
Lei che ora sta al Campo Nord, che è un posto di merda come ce ne sono pochi al mondo. Lei che ha una mamma piccola piccola che quando mi vede dice "quanto le assomigli", noi che non ci siamo assomigliate mai. Lei che ha un uomo che cerca di andare avanti, ed è l'unico rimasto al mondo a chiamarmi ancora con quel nomignolo stupido, perché lo usava lei, perché gliel'ha insegnato lei. Lei che ha anche me. Perché i verbi al passato mi fanno schifo. E ogni tanto sono felice, ogni tanto sono arrabbiata, ogni tanto sono sola. E ogni tanto sbrocco. E me ne fotto del pudore. Persino sul blog.
 

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