lunedì 11 agosto 2014

Capitolo Ventisei: Una mano sulla capoccia ed anche una sul cuore

Ancora me la ricordo, come se ce l’avessi davanti in questo momento, la faccia di mamma che mi dice che devo sposare il vedovo della sorella mia.
A sentire queste cose adesso ai giovani gli vengono i brividi ma una volta era quasi normale. Normale per gli altri, perlomeno. Non tanto per me, perché a me i brividi vennero eccome. Mi sembrava che il mondo stesse andando alla rovescia e che fossero diventati tutti pazzi.

Me la presi col Signore, la morte, mia madre, Augusto e pure Lucia che mi aveva lasciata in un pasticcio così grande. Mamma mi fece sfogare e poi aggiunse senza manco battere gli occhi: “Se nun ce pensi tu, Augusto cercherà quarghidun’altra per crescere li figli de Lucia.”
Quella donna, pure mo che dormiva poco e niente e quando stava sveglia c’aveva la capoccia quasi sempre da un’altra parte,  riusciva comunque a capire quale fosse il punto preciso da colpire. A me sposare Augusto sembrava una cosa assurda, una cosa sbagliata, una cosa sporca. Mi sembrava di rubare la casa, la famiglia, la vita della sorella mia. Ma l’idea che un’altra donna crescesse i nipoti miei era più brutta ancora.
“E chi?”
“Le Zaccaria ce stanno facendo più d’un pensiero.”
“Ma che stai scherzando?”
“No, te parono cose da scherzare queste?”
“Ma tu come le sai tutte ste chiacchiere che nun esci mai de casa?”
“Lo conosci sto paese com’è. Le voci passano pure le porte chiuse a chiave.”

Quella notte non dormì neanche un pochetto e la sera dopo, con una nottata in bianco ed una giornata di lavoro, a tenermi su erano solo i nervi che sentivo nello stomaco come un gomitolo tutto ingarbugliato.
Avevo bisogno di parlare con Augusto. Non era cosa che i figli di Lucia venissero educati da qualche estranea, magari qualche zitella stagionata, che nessuno aveva voluto fino a quel momento, o qualche approfittatrice, a cui importasse solo portare il cognome Parise. Una delle Zaccaria magari, non ci potevo manco pensare.
Ma, del resto, non c’era mica vero bisogno di sposarsi, le cose potevano continuare tranquillamente così. Forse.

Finalmente, dopo aver messo i bambini a letto, Augusto ed io fummo soli. Non sapendo da dove cominciare, dissi la prima cosa che mi passava per la capoccia in quel momento: “Hai sentito che è successo?”
“La Vedova del Dottore?”
“Già.”
“Me dispiace.”
“Pure a me. L’ha trovata stamattina lu farmacista.”
“Ne lu letto sua?”
“Già.”
“Nun se sarà accorta de gnente.”
“Dallu sonno allu paradiso. Me mette tristezza sapere che se n’è annato nu core bono.”
“E’ vero, era proprio na brava persona.”
“Quelli cattivi invece restano sempre.”
“Sì.”
“Come la Zaccaria.”
“Chi?”
“La Zaccaria.”
“E che c’entra? Nun è manco tanto vecchia quella.”
“Che fai? La difendi già?”
“A chi?”
“A quel core cattivo della Zaccaria!”
“Ma de che stai a parlà? Nun te capisco mica.”
“Lassa perdere. Fa finta che nun t’ho detto gnente.”

Io tenevo le mano sul tavolo e mi fissavo li diti, non ce l’avevo proprio la forza di cominciare quel discorso lì.
“Adelì, noi dobbiamo parlà”, iniziò Augusto che s’era scocciato d’aspettare e c’aveva più coraggio di me.
“Lo so.”
“L’altro giorno ho visto mamma tua.”
In quel momento tutti i propositi miei andarono a farsi benedire e scoppiai peggio della pentola a pressione di  Lisuccia lo scorso Natale.
Sarà stata la stanchezza, la morte della Signora, il pensiero della Zaccaria o lo sguardo serio serio d’Augusto che mi metteva a disagio ma fatto sta che, buttando alle ortiche il buon senso, mi alzai di scatto dalla sedia e iniziai a vomitargli addosso tutta la rabbia che c’avevo.
“Tu co me dovevi parlare mica co lei!”
“M’è sembrato giusto prima vedere come la pensava lei.”
“E certo! Tu e lei decidete mentre quella fessa d’Adelina aspetta. Io so bona pe lavorare come na bestia ma poi, pe decidere della vita mia, ce deve pensare quarghidunaltro.”
“Sei tu che decidi mica li altri. Io a mamma tua ho chiesto solo nu consiglio. E mo siediti.”
“Nun me dire che devo fare, che sto già abbastanza incazzata cuscì. Quella nun è più manco bona a trovarsi lu culo co le mano e tu le vai a chiedere consigli?”
“Adelì, te voi calmà? Nun urlare e smettela de dire porcherie, che nella bocca d’una femmina nun ce stanno bene.”
A quel punto non lo so manco io che mi prese, gli piantai in faccia il muso mio arrabbiato e con la voce bassa e velenosa gli dissi la cosa più brutta di tutte. Gliela dissi nonostante avessi ormai imparato a conoscerlo e rispettarlo. Gliela dissi perché ero arrabbiata ed in quel momento godevo nell’essere cattiva: “Pensavo che volevi davvero bene a Lucia mia e invece nun vedi l’ora de metterte n’altra serva a pulirti casa e a scaldarti lu letto.”
Lui non alzò la voce, non mi insultò come avrei meritato, ma mi guardò con degli occhi severi e delusi che mi fecero sentire l’ultimo dei vermi sulla terra: “Per me Lucia è stata na benedizione. Ringraziavo lu Signore ogni mattina per quell’angiolo che m’aveva messo accanto. Ed ora che nun c’è più, penso a lei tutti li giorni e me la sogno tutte le notti, ma ai figli mia nun possono bastare li ricordi: loro c’hanno bisogno de na madre.”
Dio solo sa quanta fatica deve essere costata una dichiarazione così ad Augusto, sempre riservato e geloso dei sentimenti suoi.

E’ passata una vita intera da quella sera ma io ancora mi vergogno di avere insultato lui e l’amore che provava per la sorella mia. E me ne vergognai talmente tanto anche in quel momento che abbassai gli occhi, ricaddi come un sacco sulla sedia e iniziai a singhiozzare come una scema.
Piangevo perché mi mancava Lucia. Perché non sarei mai stata all’altezza sua. Perché questa vita nuova piena di responsabilità mi pesava più d’una pietra attaccata al collo.
“So cuscì stracca, Augù.”
“Lo so, te lavori come na mula.”
“E nun è abbastanza?”
“Che fai, scherzi? Se nun era pe te, noi stavamo tutti persi. Ma la gente parla.”
“Ma che ve frega a tutti quanti se la gente parla?”
“Che me frega? L’ho promesso a Lucia e pure a te, te lo ricordi? Nisciunu ve deve mancare de rispetto.”
Augusto mi guardava mentre io frignavo e sospiravo accartocciata sulla sedia come una bambola de pezza.
“Facciamo cuscì, Adelì. Tu stai serena e te prendi nu poco de tempo pe pensarce. Se decidi che nun te la senti, va bene uguale e ce parlo io co mamma tua: le dico che è colpa mia, che so stato io a cambiare idea.”
Quella sera vidi per la prima volta l’uomo che la sorella mia aveva imparato ad amare. Non era uno di niente come il babbo, una testa fresca come Emilio o uno tutto zucchero e poca sostanza come Gino. Lui era forte ma pure gentile. Sapeva essere un marito, un padre, un fratello ed anche un amico. Augusto era un uomo.

Svuotata e confusa, mi avvolsi nello scialle ed andai via. Quanto bisogno avevo che Lucia da lassù mi mettesse una mano sulla capoccia ed anche una sul cuore.

Continua...
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7 commenti:

AD Blues ha detto...

Potente...

---Alex

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@Alex: gran bel commento :)

AD Blues ha detto...

Prego

Graziella ha detto...

Questo libro mi avvince sempre di più :-)

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@Graziella: grazie :)

Graziella ha detto...

Parteciperai al concorso letterario della RAI-La giara? Secondo me avresti ottime possibilità !

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@Graziella: ti sei messa d'accordo con la mia famiglia? Anche loro mi hanno suggerito la stessa cosa :)

Non mi sono ancora informata circa il regolamento...quasi quasi un'occhiatina ce la do...

 

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