giovedì 7 agosto 2014

Capitolo Venticinque: "La gente parla"

Il tempo passava ed intanto tutti i giorni s’erano fatti uguali, ed io mi sentivo come una bestia che porta il peso sulla schiena senza sapere dove sta andando.
Da quando la sorella mia era volata in cielo la capoccia mi si era trasformata in un campo morto con la terra secca e dura. Non avevo più pensato a niente, manco a lei, perché avevo paura che, se aprivo quella porta lì, mi sarebbe passata pure la voglia di alzarmi dal letto la mattina.
E proprio la mattina era il momento più bello e più brutto della giornata intera. Mi svegliavo presto e, per qualche secondo, mi dimenticavo di tutto e mi sentivo contenta. Poi mi tornava in mente come stavano le cose, mi saliva l’acido in bocca e mi alzavo per ricominciare un altro giorno.

Erano ormai passati più di sei mesi dalla disgrazia, quando mamma mia mi disse: “La gente parla.”
Io ero appena tornata da casa dei bambini e lei mi aspettava seduta a tavola di fronte ad una zuppa fredda. Aveva lo sguardo presente e l’aria molto seria. Un’espressione come quella dei tempi migliori, quando usava quel tono che ci faceva stare zitte e con la testa bassa.
Ero contenta di vederla un’altra volta così, “E che dice?”, le chiesi tranquilla.
“Parla de te ed Augusto.”
La cosa non mi sorprese, avevo già sentito delle voci per il paese ma me n’ero fottuta. Con tutto il daffare che c’avevo, l’ultimo dei problemi miei erano le chiacchiere senza costrutto.
Ma mamma non si fece scoraggiare dal silenzio mio e continuò: “Passate molto tempo assieme.”
“Io nun passo lu tempo mio co lui ma colli bambini.”
“E’ lo stesso.”
“No, che nun è lo stesso!”
Ero stracca. Enrico aveva avuto la febbre e non mi s’era staccato di dosso per tutto il giorno. Sandro, con la mania sua di stare dietro alle bestie e aiutare il babbo, s’era infangato dalla capoccia fino ai piedi. Io avevo dovuto finire una tovaglia per la Barbagallo e rammendare di corsa le brache d’Augusto. E poi la minestra era fredda e sapeva solo di acqua zozza, come tutto quello che aveva cucinato mia madre negli ultimi sei mesi.
Non ne potevo più.

“Me ammazzo de fatica ogni giorno, me occupo de tutto e de tutti. Cerco de nun far mancare gnente alli bambini. Lo so che c’hanno bisogno de na mamma vera, ma Lucia sulla terra nun ce la posso riportare. Me dispiace. Ce lo so che se lo Signore se prendeva me e lasciava lei eravate tutti più contenti.”
“Nun dire fesserie!”
“Io nun sono lei.”
“Lo so, ma li bambini c’hanno bisogno de na sistemazione come se deve. E pure tu. E poi la gente parla.”
“Ancora co sta storia? E allora facciamola stare zitta: mettiamoglie na bella ciavatta in bocca e speriamo che se soffoca!”
“Troppe ciavatte ce vorrebbero pe fa stare zitti tutti. Augusto ed io abbiamo già parlato, c’è solo na cosa da fare: ve dovete maritare.”

Continua...

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