sabato 5 luglio 2014

Capitolo Diciannove: Zia Adelì

Augusto si godeva le gioie del matrimonio e di una compagna dolce e morbida come un’albicocca matura.
Lucia si godeva la vita che aveva desiderato per tanto tempo e che era arrivata quando non ci sperava manco più.

A me mancava la famiglia com’era prima ma giorno dopo giorno mi abituai e poi, quando iniziarono ad arrivare i nipotini, scoprii che la nuova situazione poteva anche essere meglio della vecchia e che a fare la zia c’ero proprio portata.

Il primo a nascere fu Sandrino, grosso e scuro, con le guanciotte tonde da mordere e gli occhi grandi e neri come pozzi. Era serio e forte: un piccolo ometto responsabile fin dal primo momento passato su questa terra.
Il giorno del parto ce lo passammo tutti assieme. Lucia, la mamma e la levatrice stavano chiuse in camera da letto. Augusto in cortile faceva i buchi nella terra a forza di marciare avanti e indietro. Zia Caterina, zia Rita ed io aspettavamo sedute intorno al tavolo della cucina.

Lucia urlava come un capretto a Pasqua. Augusto pareva sul punto di vomitare dall’agitazione. Io ringraziavo in silenzio il Signore di avermi fatta troppo povera e brutta per sposarmi, avere figli, e passare un inferno così. Zia Caterina sgranava il rosario tutta seria manco si stesse avvicinando il giudizio universale. Solo zia Rita non stava zitta manco un secondo: “I giovani d’oggi nun sono forti e nun sono capaci de sopportare nu poco de dolore” diceva. “Nun ho mai sentito na femmina gridare cuscì tanto, se vede proprio che nun arriva da na famiglia come se deve”, continuava. “Lo si capiva a guardarla nella faccia, cuscì delicatina e chiara, che nun era bona pe fare figli”, malignava. 

Alla fine al posto dei gridi arrivò un pianto forte ed arrabbiato. Il primo ad andare a vedere fu Augusto, poi venne il turno mio e delle zie. La giovane tanto delicata aveva messo al mondo un torello forte e sano. Zia Rita chiuse finalmente quella ciabatta velenosa e, da quel giorno, un piede nella casa di Lucia non ce lo mise più: Augusto c’aveva l’udito fino ed era un uomo che sapeva mantenere le promesse sue.

L’anno dopo fu la volta di Enrico il Bello, chiaro come la mamma, con i capelli sottili ed i lineamenti delicati ma un carattere furbetto fin dalla culla, dove imparò in fretta come attirare l’attenzione per farsi prendere in braccio e coccolare.
Enrico è rimasto così pure da grande, capace di rigirarsi tutti intorno al mignolino suo. Ha fatto perdere la testa a molte femmine e delle volte se n’è pure approfittato quel mascalzone. Io gli ho sempre voluto un mondo di bene ma, quand’era già un uomo fatto e finito, spesso gli avrei voluto dare un paio di begli schiaffoni per raddrizzare quella capoccia leggera. Per fortuna ad un certo punto ha incontrato Lisuccia sua, una brava ragazza, intelligente e giudiziosa che gli ha saputo tenere testa e si è fatta sposare. Ed ancora adesso, che c’hanno tutti e due i capelli grigi e i denti finti, Enrico se la guarda con certi occhi innamorati che pare un pesce lesso. Ora è lui quello a girare intorno al dito piccolo.

Mentre Augusto si occupava della poca terra che avevano e delle loro bestie, Lucia continuava a ricamare da noi. Di lavoro non ce n’era molto, che nel frattempo era scoppiata la guerra ed anche i ricchi di città stringevano un poco la cinghia, ma noi riuscivamo comunque ad andare avanti con tanti sacrifici e le ossa che sporgevano.
Ogni giorno sorella mia veniva a casa nostra e si portava dietro i bambini. Loro giocavano nel cortile tra le galline e il fango mentre noi li tenevamo d’occhio dalla finestra. Quando rientravano erano sempre tutti inzaccherati, belli e zozzi come dei maialini da latte. Mamma e Lucia facevano la voce grossa e li sgridavano, e quei due mascalzoni, un poco per finta e un poco sul serio, si rifugiavano dietro di me.
L’avevano capito subito che io non ero proprio capace a resistere ai loro musetti e alle loro vocette sottili, “Zia Adelìììì” mi chiamavano ed io mi scioglievo peggio d’una scema. Per loro sarei andata a piedi fino al santuario della Madonna, per loro avrei sfidato un re a duello, per loro avrei fatto qualsiasi cosa.

Ogni volta che c’avevo una commissione o una compera da fare  me li portavo dietro: Enrico in braccio, appoggiato al  fianco mio, e Sandro che mi trotterellava accanto.
Delle volte ci fermavamo un poco lungo il ruscello dove, dopo aver preso qualche cerasa dal fondo del frutteto grande, ci sedevamo sull’erba a giocare. Il piccolo si  metteva dritto sui piedi grassocci ma non ci provava neanche ad allontanarsi: mi restava appiccicato fino a quando non gli davo la frutta. Goloso e fastidioso peggio di zia sua. Il grande faceva a gara con me a chi sputava gli ossi più lontano. Io ogni tanto lo lasciavo persino vincere, e da questo si capisce il bene grande che gli dovevo volere fin da quel tempo lì.

Continua...

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