lunedì 9 giugno 2014

Capitolo Undici: Annamaria

La zuppa era densa e saporita. La Vedova sembrava una regina: metteva un pezzo di cavolo e un poco di brodo nel cucchiaio e se li portava alla bocca senza far cadere neanche una goccia. La Pazza invece succhiava direttamente dal piatto facendo un gran baccano, che neanche babbo mio ne aveva mai fatto così tanto. 

“Come va il ricamo?”, mi chiese la Signora. Che nel paese nostro si sapeva sempre tutto di tutti, e persino i ricchi sapevano cosa succedeva nella casa dei morti di fame e viceversa.
“Me fa schifo.”
“Non si dice così. Non è educato.”
“Come no?”
“Devi dire che non ti piace.”
“Ma nun è che nun me piace, me fa schifo proprio.”
“Strano, nella famiglia di tua madre hanno sempre ricamato tutte. Tua nonna poi aveva una mano così fine e delicata.”
“Ve conoscevate?”
“Certo, Ada era bella e gentile.”
“Bella come Lucia mia?”
“Tua sorella? Sì, in effetti la ricorda molto, ma i begli occhi scuri di Ada li hai ereditati tu. Quegli occhi grandi e svegli sono proprio quelli di una ricamatrice, su queste cose io non sbaglio mai.”
“Ma faccio schifo a ricamare.”
“Cosa hai detto?” mi corresse seria.
“Nun so brava, nun so brava pe gnente.”
“Ci vuole tempo. Anche il marito mio, buonanima, mica è nato dottore. Ha studiato tanto e a forza di studiare è diventato il più bravo da qua fino alla valle. Anche tu devi impegnarti e smettere di andartene a spasso. Le ragazzine per bene non se ne vanno in giro di sera.”
“Sì, vabbè, ma io mica so tanto pe bene.”
“Chi ti ha detto una sciocchezza simile?”
“Lo dicono tutti. L’hanno detto quelle allu funerale dellu babbo mio e poi lo dice pure la mamma de Gino.”
“Certa gente dovrebbe cucirsi la bocca. Tu sei la nipote di Ada e lei era una signora come si deve, che pulite e gentili come lei ce n’erano poche. Quindi anche tu sei una signorina per bene. Ci devi mettere solo un poco d’impegno in più e dare più retta a mamma tua.”
“Pur’io so na signorina pe bene?” chiese la Pazza, con la bocca piena e un pezzo di patata che le scivolava giù dal mento lasciando una striscia di bava.
“Certo, tesoro, anche tu.”
A sentire dire queste cose da qualcun altro avrei pensato che ci stava a prendere in giro. Ma la Signora no. Lei parlava sul serio. E a pensarci adesso il cuore ancora mi si allarga.

“Mentre rassetto, mettila a letto, per cortesia. Così poi corriamo subito da tua madre. Sarà così preoccupata, povera donna”, mi disse la Vedova iniziando a sparecchiare.
Io m’avvicinai un poco confusa alla Pazza che s’era già infilata sotto le coperte e mi guardava fissa coi suoi grandi occhi da ranocchia.
“Ma che devo fa, Signò?”
“Raccontale qualcosa. Una storia, una filastrocca, quello che vuoi tu.”
“Ma io nun conosco nisciuna storia.”
“Non ci credo, sei una bambina, non è possibile. Nessuno ti ha mai raccontato una favola?”

Mi girai verso la Pazza e le chiesi: “La conosci Tizzoncino?”
“No.”
“E’ na storia bellissima. Te deve piacè pe forza.”
Mi ci misi d’impegno, ci infilai tutto, compresi vocette e canzoncine, “Spera de sole, spera de sole, sarai Regina se Dio vole!”, volevo fare bella figura con la Vedova, farle vedere quant’ero brava.
“E alla fine Reuccio e Tizzoncino se sposeno.”
“E poi?”
“E poi che? E’ finita.”
“E non li fanno li bambini?”
“Sì, penso de si.”
“E quanti?”
“Nun lo so, la favola finisce cuscì. Se sposeno e basta.”
Ma la Pazza mi guardava con una faccetta così triste che mi s’intenerì il cuore.
“Fanno na figlioletta, va bene?”
“E come se chiama?”
“Pure lu nome voi? Nun lo so. Lucia?”
“No, nun me piace.”
“Adelina?”
“No, che brutto nome!”
“Sarà bello lu tuo!”
“Sì, lu mio è bellissimo. Io me chiamo Annamaria come la mamma mia”, mi rispose tutta orgogliosa.
“E va bene. Ho capito: Reuccio e Tizzoncino fanno na figliola e la chiamano Annamaria. Cuscì te piace?”
“Sì, molto mejo”, mi rispose contenta, poi si girò su un fianco, chiuse gli occhi e si mise a dormire come un pupo.

Continua...

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