mercoledì 18 giugno 2014

Capitolo Quindici: Santa Edvige ha fatto la grazia!

Cinquant’anni prima Parise Angelo era emigrato in America e da lì aveva preso a spedire soldi alla moglie. Lui, dall’altra parte del mondo, lavorava e andava a femmine mentre lei, rimasta in paese, comprava terra e cresceva da sola cinque bambini: Caterina, Rita, Ottavio, Giuliano e Federico.
Di denaro dall’America ne arrivava parecchio e la signora Agnese con i conti e gli affari era meglio d’un uomo, e così la famiglia divenne padrona di mezza collina. Purtroppo il talento coi soldi e la voglia di faticare non sempre passano nel sangue ed i figli, a forza di scialacquare e fare la vita da signori, in pochi anni si mangiarono metà del patrimonio. Ma i Parise tutti continuarono comunque a darsi delle grandi arie, perché una buona reputazione e tanta puzza sotto il naso possono far sembrare una sciccheria anche le toppe al sedere.
 
Ottavio, il padre di Augusto, aveva sposato una femmina bella come ce ne stavano poche e con lei, durante i lunghi anni di matrimonio, si era tanto amato. Talmente tanto che la famiglia era cresciuta come la pasta del pane: dodici figli avevano avuto, undici maschi ed una femmina sola.
Augusto, ormai adulto, si ritrovò quindi con poco terra da dividere tra un esercito di fratelli ed una gamba secca e storta che, di sicuro, non lo faceva tanto bello. In quelle condizioni trovare la moglie giusta non era mica cosa facile.

Il padre voleva che sposasse proprio quella vipera della cugina Angela, la compagnuccia mia di scuola, ma lui da quell’orecchio non ci sentiva: perché lei c’aveva il culo grosso come una credenza, quand’erano piccoli lo menava forte, e poi sotto il naso portava certi baffi che manco un generale.
Ad Augusto, chissà perché, faceva sangue la mezzana delle Barbagallo, che gli sorrideva sempre e lo guardava con certi occhi che pareva volesse mangiarselo. Ma tutti sapevano che la madre di quella sfacciata andava dietro al soldo e lui di certo non aveva le tasche abbastanza piene. Mica come quelle di Greco Antonio che, infatti, portò la svergognata all’altare pochi anni dopo, ricavandoci un esaurimento nervoso, due infarti, e più corna di una cesta di lumache. Pover’uomo.
E poi c’era Lucia. Augusto non ci poteva credere che uno splendore così non se lo litigassero tutti. “E’ troppo povera. Na femmina te deve portare della terra, altrimenti che te la pigli a fare?”, gli dicevano i fratelli suoi, ma lui la pensava diversamente. Lucia aveva la reputazione di essere una gran lavoratrice e questa, a parer suo, era proprio una bella dote. Una donna che non si fa spaventare dalla fatica è una sposa perfetta, altro che terra e bestie.

Augusto decise quindi che la sorella mia sarebbe stata la scelta più giusta per lui e, contro l’opinione di tutti i Parise, iniziò una corte che in paese ancora se la ricordano.

All’inizio si piazzò vicino a casa nostra. Ogni due o tre giorni ce lo ritrovavamo oltre il cancello a fare avanti e indietro e fischiettare come uno scemo. Mamma e Lucia lo ignoravano ma io non mi davo pace: ero convinta che quello, dopo tanti anni, fosse venuto a vendicarsi. Che mi volesse dare fastidio come io e gli amichetti miei avevamo dato fastidio a lui.
“Che stai a fà Adelì?”, mi chiese un giorno la sorella mia trovandomi in cortile a trafficare con dei rametti.
“Gnente”, dissi nascondendo le mani dietro alla schiena.
“Nun si troppo grande pe ste cose? Ancora stai a giocà?”
“Nun sto a giocà.”
“E che ci fai allora co na fionda?”
“Me difendo.”
“E da chi?”
“Dallo storpio.”
“Ma che t’ha fatto quel poveraccio? Nun è possibile che ce l’hai ancora co lui. Dimenticatelo!”
“Nun so io che ce l’ho co lui e lui che ce l’ha co me. Che ce viene a fare sennò davanti a casa nostra?”
“Ma che ne so. Magari c’ha appuntamento co qualche filarino suo.”
“Ma figurati! E co chi? Chi se lo piglia nu sgorbio cuscì? C’ho pensato bene bene, che pure se nun c’ho scola nun sono mica stupida io. C’è so solo du motivi pe venire qua: o vole vendicarse de me o c’ha na botta pe te.”
“Figurati, quellu è nu Parise: a una come me nun me se fila proprio.”
“Lo vedi che c’ho ragione io allora? Quellu se sta studiando qualcosa. Nun me fido.”
“Ma ormai è n’omo, te pare che pensa ancora a te?”
“Certo! Nun l’hai visto che faccia cattiva c’ha?”
“Ce rinuncio. C’hai la capoccia più dura de nu sasso. Ma torna dentro mò, che c’abbiamo da faticà!”

Dopo solo una settimana Augusto smise di farsi vedere dalle parti nostre.
“Hai visto che nun ce l’aveva co te? Se sarà lasciato co lu filarino suo e mo se ne va a passeggià da n’altra parte.”
“E già, c’avevi ragione tu”, risposi a Lucia mia. Evitando di spiegarle che due giorni prima m’ero fatta prestare Puzzo e che Augusto era dovuto scappare di corsa, con quella bestia che gli abbaiava dietro, i pantaloni strappati ed io che mi rotolavo a terra dal ridere.   
“Perché corre cuscì strano?”, m’aveva chiesto la Pazza.
“E’ zoppo.”
“Che vordì?”
“C’ha na gamba malata.”
“M’hai detto che era cattivo e te dava fastidio mica che era malato. Nun penzo che fare li dispetti alli malati è na cosa proprio da signorine pe bene.”
“Nun è mica malato, è cuscì perché è figlio delli diavuli.”
“Davvero?”
“Sicuro, che pensi che te dico na bugia?”
“No, tu si amica mia e bugie nun me le dici.”
“Giusto.”
“Allora abbiamo fatto bene a faglie piglià paura?”
“Eccerto, Annamarì.”
“Ma Adelì...”
“Che c’è?”
“Nun è che mo li diavuli me vengono a cercà?”
“Ma no, sta tranquilla, te c’hai Puzzo che te defende. Li diavuli c’hanno paura delli cani.”
“Davvero?”
“Eccerto, che nun lo sapevi? E’ pe questo che la Signora te dice de tenerlo legato davanti alla casa de notte.”
“Pe li diavuli? Mica lo sapevo, la Signora nun me l’ha detto mai.”
“Nun te l’ha detto pe nun farte spaventà.”
“E te come fai? Te nun ce l’hai nu cane.”
“Io nun c’ho paura de gnente e me defenno da sola.”
“Come si coraggiosa.”
“Che ce voi fa? Ce sono nata cuscì.”

Ad Augusto le fregole non gli passarono neanche col morso di Puzzo. E per i due mesi dopo si mise a guardare Lucia per strada, cercando di attirare l’attenzione con sorrisi e occhiate da attore del cinematografo. Una roba da far rigirare lo stomaco.
“Ma che c’avrà da fissare quellu?”, chiedevo io.
“Nun so e nun m’enteressa. Te nun lu guardare”, mi rispondeva Lucia.
“Quello sfacciato fa lu cascamorto co te!”
“Nun glie dare corda e cammina.”
“Te guarda e te squaglia.”
“Cammina, ho detto!”
“Ma chi se crede d’essere quellu zoppo? Per chi t’ha presa?”
“Ignoralo Adelì!”

Vedendo che anche così di progressi non ne faceva e che, invece di guadagnarsi l’attenzione di Lucia, riusciva solo ad attirarsi le occhiatacce mie, Augusto provò perfino ad attaccar bottone: “Bongiorno signorine Carretta”, “E’ proprio na bella giornata oggi, vero?”, “Come state signorina Lucia?”
Ogni volta noi, mute come pescetti, abbassavamo gli occhi e ci allontanavamo veloci veloci. Più lui insisteva, più le labbra nostre s’incollavano e le gambe pedalavano. Mentre gli altri, che assistevano alla scena, sfottevano lui e pure noi, “Lascia perdere Augù che nun è cosa pe te”, “Le Carretta ce l’hanno d’oro, nun la mollano!”, “Quella è de ghiaccio, attento che te se freddano le mano se provi a toccarla”, “La madre gliele taglia le mano, altroché!”, e si tenevano la pancia dal ridere quei gran cornuti.
Ormai ogni commissione in paese era diventata un supplizio.
“Nun ce posso credere: ce sta pure quella merda de Teo in mezzo. Mo vado, glie tiro nu bello calcione tra le gambe e lo faccio frignà come nu pupo a quellu!”
“Tu nun vai proprio da nisciuna parte. Ce ridono già abbastanza de dietro cuscì.”
“Perché nun lo diciamo a mamma allora? Ce pensa lei a faglie passà la voglia de scherzare a quelli.”
“Mamma nun c’ha bisogno de altri pensieri e poi che le diciamo?”
“Che quei porci ce sfottono e che lu storpio ce da fastidio.”
“E a che serve? Vedrai che presto se stufano e trovano naltro modo pe passare la giornata”, diceva Lucia, che cercava di fare la superiore ma io lo vedevo che ci stava male.

Anche Augusto si era ormai scocciato di fare sempre la parte del fesso davanti a tutto il paese, e di dover sentire quelle brutte cose sulla futura sposa sua. Quindi smise di parlarci o salutarci ed aspettò l’occasione di trovare la sorella mia da sola. Gli ci volle quasi un mese. Quel giorno io ero rimasta a casa ad aiutare la mamma e Lucia era andata dalla Barbagallo per portare dei fazzoletti. Augusto la seguì e poi in un pezzo di strada tranquillo, dove non ci stava mai nessuno, la fermò e le disse con un fiato solo: “Signorina Carretta, ve chiedo lu permesso de farve la corte.”
Lucia, che aveva fatto tesoro della brutta esperienza con Emilio e delle parole della mamma, non lo prese sul serio manco per un secondo. Pensò fosse uno scherzo, una scommessa con gli amici o solo un modo cattivo per mortificarla, ma non gli volle dare soddisfazione e rispose con la faccia serena: “No, nun voglio essere corteggiata. Nun c’ho tempo da perdere io. Se avete davvero intenzioni serie passate stasera a chiedere la mano mia. Cuscì organizziamo nu bello sposalizio” e se ne andò lasciandolo senza parole. Che alle donne della famiglia mia sono sempre mancati i soldi ma  mai la risposta pronta.

Una volta tornata a casa, si rimise subito a ricamare, senza aprire bocca ma con il viso scuro e gli occhi rossi.
“Che t’è successo?” le chiese mamma.
“Gnente, nun ve preoccupate.”
“E perché c’hai quella faccia lì?”
“Quelli le danno fastidio e le dicono le cose dietro. Li dovete fare smettere!” intervenni io, che a vedere la sorella mia così mi sentivo scoppiare di rabbia.
“Sta zitta te! Si piccola, che ne voi sapere de ste cose?”
“Ma mamma...”
“Zitta e lavora! Lucia mia, nun te devi fare lu sangue cattivo: quelli scemi dellu paese nun se meritano gnente.”
“Ma perché nun me lasciano nu poco in pace?”
“Tu c’hai nu destino ingrato. Si troppo bella: li omini te vogliono e le femmine se rodono. Ma ricordate sempre che tu si migliore de tutti loro, delli giovani tanto pe bene e pure delle finte verginelle.”
Ci rimettemmo a lavorare in silenzio, ognuna con la capoccia ai pensieri suoi. Quello era un momento in cui quell’ubriacone del babbo ci avrebbe fatto tanto comodo: che ad essere povere, sole e donne era una lotta continua.

Mentre noi ricamavamo, Augusto tutto serio ed emozionato dichiarava le proprie intenzioni a babbo suo.
Non so quanto ci mise a convincerlo, quanto dovette urlare o insistere, fatto sta che quella sera sentimmo bussare e quando andai ad aprire me li trovai tutti e due di fronte.
Erano venuti a chiedere la mano di Lucia.

Mia sorella per poco non svenne dalla sorpresa. E mamma, da quel giorno, divenne devota di Santa Edvige: la protettrice delle spose, che le aveva fatto la grazia.

Continua...
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