mercoledì 4 giugno 2014

Capitolo Dieci: La paura e la sorpresa

C’avevo la paura che mi si mangiava da dentro, che manco riuscivo a girarmi.
Rimasi con i piedi piantati a terra e il fiato chiuso nel petto, fino a quando non sentii quella brutta voce.
“Che ce fai in giro a quest’ora piccolè?”
Era Romano.
Uno dei compagni di bevute del babbo, col faccione tondo come una forma di cacio e quattro capelli unti appiccicati alla capoccia. Stava a un passo da me e puzzava come una vacca morta.
“Gnente”, gli risposi facendomi un poco indietro per non sentire quell’odoraccio schifoso.
“Nun lo sai che so pericolose ste strade pe na signorina tutta sola?”
“E infatti mo me ne vado alla casa.”
“Perché nun vieni a farte nu giretto co me invece?”
“No, mejo de no. Mamma m’aspetta.”
“E lassamola aspettà n’altro pochetto.”
“Nun posso, quella starà già come na pazza.”
Non capivo che volesse quell’ubriacone da me, ma c’avevo una vocetta nella testa che mi diceva di andarmene. E pure di corsa.
“Nun c’avrai mica paura de me? Tranquilla piccolè, che nun te faccio gnente”, disse Romano accarezzandomi il viso con la mano che gli puzzava di piscio.
“Che schifo! Lassame stare!” 
“Nun fare tanto la difficile sa!” alzò la voce quel porco, smettendo di fare il finto gentile e piantandomi nel braccio le unghiacce sporche.
“Lassame!”
Io tiravo da una parte, lui dall’altra. Io scalciavo e lui rideva. Io m’agitavo e lui stringeva. Stringeva così forte che il segno mi sarebbe rimasto per una mesata.

Per fortuna pure alle disgraziate come me il Signore ogni tanto fa la grazia e manda degli angioli. A me ne mandò uno alto e bello, con gli occhi celesti ed il sorriso buono.
“Ecco dov’eri finita. Ti stavo cercando.”
La Vedova del Dottore spuntò da dietro l’angolo con il vestito nero che non faceva una piega, i capelli raccolti, e gli occhi che guardavano quello zozzo di Romano con tutto lo schifo del mondo.
“Bonasera Signò, che ce fate da queste parti?”
“Stavo cercando questa signorina. E voi che stavate facendo?”
“Volevo riportà sta vagabonda alla casa sua. A quest’ora ste strade nun so’ mica sicure.”
“Quant’avete ragione. Per fortuna la piccola ha incontrato un brava persona come voi, e non uno di quei mezzi uomini che sono capaci di dare fastidio persino alle creature.”
La Signora lo guardava e gli sorrideva. Ad ogni parola lei si faceva più alta e bella. Lui più basso e brutto.
“Non preoccupatevi ci penserò io alla bambina. Vieni qua cara”, mi disse la Vedova ed io le corsi incontro svelta svelta.

Mentre ci allontanavamo le sussurrai: “Guardate che quello v’ha detto na bugia, nun me voleva portare alla casa, nun me voleva portarce proprio pe gnente.”
“Lo so, tesoro, lo so. Ma devi stare serena, è passato tutto adesso.”
“Io sto serena. Nun c’ho paura de gnente io. Se non venivate voi glie davo nu mozzico sul braccio che glie staccavo la carne!”
La Signora mi guardò sorpresa, che una selvaggia come me sicuramente non l’aveva conosciuta mai, ma non disse niente e mi accarezzò il viso sorridendo.
La mano sua profumava di borotalco e sapone.

A pensare adesso a quella sera mi viene la pelle d’oca, ma  all’epoca ero ancora un’animuccia innocente e non avevo mica capito bene cos’avevo rischiato.
Ora però sono vecchia e le porcherie del mondo le conosco bene, e quando passo davanti alla tomba di quel farabutto mi sale una gran rabbia e, se nessuno mi guarda, gli sputo dritto dritto sulla foto.
La carità cristiana non è mai stata  cosa mia, e non possiamo mica nascere tutti eleganti come quella santa donna della Vedova. 

Dopo pochi minuti arrivammo ad una casa che conoscevo da sempre ma in cui non ero entrata mai. Quattro muri con le finestre piccole e zozze, e tanta robaccia abbandonata nel cortile.  Davanti alla porta ci stava un brutto cane rognoso che di solito mi ringhiava contro, ma che quella sera era troppo impegnato a godersi i grattini della Signora per dare retta a me.
“Co voi fa tanto lu cucciolotto, ma sta bestia è proprio na carogna. A me e li amichetti mia cerca sempre de morderce!”
“Strano, con me è dolcissimo.”

Entrate in casa la Signora accese una lampada che stava sul tavolo e poi disse ad alta voce: “Buonasera tesoro, sono venuta a scaldarti la zuppa. Stasera con noi cenerà anche un’amica. Sei contenta?”
Seduta sul letto, in un angolo della stanza, ci stava una femmina tutta concentrata a pettinare il brutto cespuglio che c’aveva sulla capoccia. Una donna fatta e finita con una gonnellina che le copriva a malapena i ginocchi ed un covone di capelli grigi lunghi fino alla vita.
“Ciao”, le dissi.
“Ciao”, mi rispose la Pazza.
“Io so Adelina.”
“Lo so, te conosco. Tu e li amici tua giocate sempre co Puzzo.”
“Co chi?”
“Co Puzzo. Lu cane mio.”
“Se chiama Puzzo?”
“Sì, Puzzo come Puzzolente”, disse sorridendomi e mettendo in mostra una bocca senza denti.
“Che bellu nome”, risposi ricambiando il sorriso.

“Hai fame Adelina?” intervenne la Signora.
“Nu pochetto”, che io fame ce l’avevo sempre, e ci voleva ben altro che un piccolo spavento per farmela passare.
“Bene. Prima mangiamo e poi ti riporto a casa”, e si mise a scaldare un tegame sulla stufa.

La Vedova del Dottore prendeva i piatti, spostava le sedie, puliva il tavolo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Io non ci capivo niente, mi sembrava tutto troppo strano. Mica brutto, ma proprio strano.
“Ma è figlia vostra?”
“No, non è figlia mia.”
“E allora che ce fate qua?”
“L’aiuto.”
“E perché?”
“Perché non dovrei? Lei ha bisogno di me ed io ho bisogno di lei.”
Se penso a quant’ero sfacciata mi viene da diventare rossa come un pomodoro per la salsa. Solo una donna col cuore buono e la pazienza di una santa poteva rispondermi con calma e gentilezza e non sbattermi fuori a calci. Che ai tempi miei, già che un bambino facesse tante domande ad uno grande era una cosa impossibile, figurarsi una pezzente che ficcava il naso nei fatti di una signora.

Continua...

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