venerdì 23 maggio 2014

Capitolo sette: "C'ho la figlia mignotta!"

Quella casa, dimenticata dal Signore ed ignorata da tutti da quasi un anno, era il posto perfetto per noi. Metà degli scalini erano marci, i vetri alle finestre rotti e, dentro i pochi mobili rimasti, si potevano trovare tante bestie diverse: ragni grossi come pagnotte, qualche lepre di passaggio e parecchi sorci.
A noi un posto così pareva meglio del paradiso.
Ci passavamo le giornate cacciando gli animali e sfidandoci per vedere chi fosse il più coraggioso e chi il più fifone. Gino, ovviamente, perdeva sempre e gli toccava continuamente pagare pegno. Tra nocchini dietro gli orecchi, scappellotti, pizzicotti e schiaffoni, quel poveraccio era sempre tutto un livido ma non si arrendeva mai, perché era pure capoccione oltre che piscialletto.
Una volta lo chiudemmo da solo là dentro e ci mettemmo a fare i versi degli animali, e chiamarlo con certe vocette maligne che avrebbero fatto cacare addosso anche un uomo fatto e finito. Lui si fiondò fuori pochi minuti dopo, bianco come un morto e con i capelli dritti in testa.
“L’ho vista! L’ho vista!”, urlava con la faccia da pazzo.
“Che hai visto?”
“Ines!”
“Chi?”
“Lo giuro: era appesa co li occhi aperti e la lingua de fora.”
“Tu si tutto scemo, quella sta sotto terra da mo. Che fa? Vene fora giusto per vedere lo brutto muso tuo?”
“Allora era nu spirito. Ma io l’ho vista, so sicuro!”
“E che faceva?”
“Me guardava fisso.”
“E nun te diceva gnente?”
“Gnente.”
“Nun t’ha detto manco: ma guarda che sfortuna, ho lassatu lu dimonio pe incontrare lu piscialletto?” lo prese in giro quella carogna di Teo. E noi, più carogne ancora, tutti giù a rotolarci in terra dal ridere.

Gino, oltre a prendersi uno spavento che quasi ci rimaneva secco, dovette anche pagare pegno: un calcione nel di dietro da parte di tutti. Tutti tranne me.
“Adelì, tocca a te”, mi chiamò Maso ed io mi sforzai di mettere su la migliore faccetta d’angiolo, “No, pe sto giro passo. S’è già preso tanta paura che nun c’ho voglia de farci pure male, poveretto a lui.”
Gli altri mi guardarono sorpresi ma non dissero nulla. I maschi si credono tanto furbi ma in fondo sono anime semplici, e non sono capaci di capire quando ad una femmina gira qualche idea particolare per la capoccia.

Era da un po’ che volevo togliermi una curiosità. Quindi, ritornando a casa, aspettai di restare sola con l’amico mio e nel bosco gli dissi: “Oggi nun t’ho tirato nu calcio anche se t’avrebbe fatto bene.”
“Grazie, Adelì.”
“Ma grazie de che? Nun me basta mica nu grazie.”
“No? E che voi? Mica c’ho gnente io.”
“Qualcosa veramente ce l’hai.”
“Cosa?”
“Prima me devi promette che nun dici gnente a li altri.”
“Te lo prometto.”
“Se, mica me fido cuscì. Me lo devi giurare croce su lu core.”
“Te lo giuro croce su lu core. Nun dico gnente a nisciunu manco se me schiacceno li diti o m’attaccheno pe li orecchi.”
“E se te mannano dietro lu cane rognoso della Pazza o te affogano nellu fiume?”
“Cacchio, Adelì, nun lo so mica se te la posso promette na cosa cuscì.”
“Nun si obbligato, pensavo de poterme fidare, ma piscialletto si e piscialletto rimani.”
“E va bene. Te lo prometto, croce su lu core: nun parlo manco se mi schiacceno li diti, mi attaccheno pe li orecchi, me mannano dietro lu cane rognoso o m’affogano nellu fiume. Mo me lo dici che voi?”
“Sì, famme vedere l’uccellu.”
“Ma che si matta?”
“Me l’hai promesso.”
“Col cavolo! T’ho promesso che nun dico gnente mica che te faccio vedere l’uccellu.”
“O l’uccellu o nu calcio.”
“E che c’entra?”
“Nun t’ho fatto pagà pegno pe vedere l’uccellu tuo, ma se fai tanto lu prezioso allora almeno lu calcione te lo devi pigliare. Queste so le regole, è tanto semplice.”
Io ero minuta, ma scalciavo peggio di un mulo e così Gino ci pensò un attimo e poi si abbassò i pantaloncini.
“Tu c’hai la capoccia tutta stramba. Ecco. Guarda.”
Fu una vera delusione.
“Tutto qua?”
“E che t’aspettavi?”
“E’ piccolo.”
“Ma che ne sai tu? E’ giusto pe l’età mia.”
“Si sicuro? A me me pare proprio piccoletto.”
“Tu de uccelli nun ce capisci gnente! Carlo dice che noi Fiorucci ce l’abbiamo tutti grosso e pure lu mio diventerà bello grande.”
“Fratello tuo diceva pure che lui faceva all’ammore co Annarella, ma lei nun se lo filava proprio. Quello ne dice tante de fesserie.”
“E che c’entra questo mo? E poi facevano pe davvero all’ammore, ma Annarella nun lo voleva far sapere alli genitori sua.”
“Comunque è brutto.”
“Carlo nun è brutto.”
“Ma che me frega de Carlo. E’ l’uccellu tuo che è brutto!”
“Ma che dici? E’ n’uccellu. Li uccelli c’hanno tutti sta faccia qua.”
Erano mesi che avevo questa curiosità. Abitavo in campagna ed avevo visto quello degli animali ma pensavo che quello degli uomini fosse diverso. Un poco speciale. Ed invece non era speciale proprio per niente.
Mi sembrava impossibile che un coso così potesse fare tanta differenza e che a babbo mio bastasse quel dito mollo per comportarsi da padrone. Certo che, nel caso suo, anche due mani grosse come badili lo aiutavano parecchio.
“Ora che t’ho fatto vedere lu mio, tu devi farme vedere la tua.”
“La mia che?”
“Lo sai. Quella cosa là.”
“Te si scemo! Nun ce penso proprio!”
“Però nun è giusto, tu lu mio l’hai visto.”
“E capirai che bello spettacolo!”
“E dai, solo nu secondo. Che te costa?”
Eravamo così presi dalle chiacchiere nostre che non lo sentimmo manco arrivare. Non facemmo caso né ai passi pesanti né al puzzo. Spuntò alle spalle mie e Gino scappò via coi calzoncini ancora calati e l’uccello accartocciato dalla paura.

“C’ho la figlia mignotta!” urlò babbo mio, caricandomi sulle spalle come un sacco di patate.
Mi trascinò fino allo stradone, gridando e sbatacchiandomi di qua e di là come un capretto, tanto che io finì pure per vomitargli sulle scarpe.
In mezzo alla gente che ci guardava schifata lui continuava a sputare veleno, “baldracca come tutte le femmine”, “chi t’ha imparato certi giochetti? Quella madonnina infilzata de sorella tua?”, “ce penso io a raddrizzarte!” diceva, riempiendomi di vergogna e mortificazione.

Arrivati a casa si scatenò il finimondo e, tra insulti e cinghiate, quella fu la serata peggiore della vita mia.
Babbo tirava colpi alla cieca: “Volevi fare nu servizietto all’amico tuo?”
Mamma si metteva in mezzo, “Lasciala stare che cuscì me l’ammazzi”, e ne prendeva pure lei.
Lucia cercava di tirarmi via, “Basta! Basta!”, e rimediava spinte e ceffoni.
Io mi coprivo la capoccia con le mano e aspettavo solo che tutto finisse, “Nun ho fatto gnente! Nun ho fatto gnente! Lo giuro!”, gridavo.
Ma più rispondevo e più lui s’incazzava: “Anche lu coraggio de parlare c’hai?”
Dopo un tempo infinito di quel manicomio il babbo mi buttò nella stalla, “Tra le vacche devi dormire, é quello lu posto tuo!”, e se ne tornò a bere con gli amichetti suoi, pacifico come se non fosse successo niente.

Passai quella notte sulla paglia, stretta tra la mamma che bestemmiava dalla rabbia e Lucia che piangeva per lo spavento. Tutte e tre rannicchiate sotto una coperta sola a cercare il caldo delle bestie come il bambinello nella capanna.

All’alba arrivò il maresciallo.
Il babbo e quegli ubriaconi degli amici suoi non avevano trovato niente di meglio che andare a far danni nella casa di Ines.
Mentre lui pisciava contro il muro, una pietra si era staccata dall’alto e gli era finita dritta sulla capoccia. Gli altri avevano urlato e chiesto aiuto, il farmacista era sceso di corsa ma non aveva potuto far niente.

Osvaldo Carretta era morto di colpo, senza un lamento, con le brache calate, le scarpe sporche di piscio e vomito, e la testa aperta come un cocomero.

Ad Ines il babbo non era mai piaciuto.

Continua...

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