martedì 27 maggio 2014

Capitolo otto: Una coppia perfetta d'infelici

Io non lo so se i genitori miei siano mai stati innamorati o se il babbo c’abbia mai almeno provato a fare il buon marito ed il buon padre. Anche se è successo mamma non me ne ha mai parlato ed io, comunque, non me lo ricordo.
Quello che ricordo è un uomo grosso ma una persona piccola piccola che quando morì non fu pianto da nessuno. Né da sua moglie né dalle sue figlie.

Noi eravamo una famiglia di disgraziati e il babbo era il più disgraziato di tutti. Era arrivato in paese con un bel sorriso sul muso e quattro spiccioli in saccoccia. Il nonno, lo sa solo il Signore perché, l’aveva subito preso in gran simpatia e se l’era messo a lavorare assieme. “Osvaldo farà cose grandi”, diceva.
Il babbo aveva ricambiato la cortesia e la fiducia portandosi per fratte l’unica figlia del nonno e, per fare le cose per benino, l’aveva pure ingravidata. 
I genitori miei si sposarono di corsa, non per amore, non per dovere, ma solo perché una femmina disonorata e uno spiantato sono destinati ad essere una coppia perfetta. Una coppia perfetta d’infelici.
Quella prima creatura gli occhi non li aprì mai, ma la mamma s’inguaiò comunque per tutta la vita e al nonno, dal dolore e la delusione, si spaccò il cuore in due e in poco tempo volò pure lui tra gli angioli.

Il babbo di voglia di faticare non ne ha mai avuta molta e, appena si ritrovò ad essere l’unico uomo di casa, non gli parve vero di poter mettersi a fare tutti i porci comodi suoi. I primi anni si bevve i soldi lasciati dalla buonanima del nonno e poi col tempo iniziò a bersi pure le bestie. Un ovetto per un quartino. Una gallina per un fiasco di quello buono. Ed un giorno d’estate, che doveva averci proprio una grande arsura, si svendette tutti i conigli. Cinque bestiole grasse, con il pelo morbido e le cosce sode. Quando mamma trovò la gabbia vuota uscì pazza: iniziò ad urlare, bestemmiare e darsi dei gran pugni sulla capoccia. A quei tempi Lucia ed io eravamo proprio piccolette e ci infilammo di corsa sotto al lettone per restarci un’ora buona, sporche di merda e piscio dallo spavento.


Al funerale in chiesa non ci stava quasi nessuno.
Al primo banco c’eravamo solo noi tre, con gli abiti neri e le facce serie che, con tutte le botte che c’eravamo prese due giorni prima, non facevamo una gran fatica a fare lo sguardo sofferente. Anzi, ci veniva proprio naturale.
Subito dietro si erano sistemate le vecchie della parrocchia, un gruppo di vedove stagionate che non si perdeva manco una messa e stava culo e camicia con Don Felicino, un poco per devozione e un poco perché il prete, bello, alto e con lo sguardo malandrino, faceva venire loro le fregole. Che a vedere quelle quattro stregacce fare peggio delle ragazzine alla loro prima botta era una cosa da far rigirare lo stomaco.
Quel 13 marzo del 1933, per l’occasione, arrivarono anche le pettegole della piazza. Non che a loro fregasse qualcosa della famiglia mia, ma vennero solo per vedere quanto fosse brutta la bara. Una cassa di assi di legno grezzo che il Comune pagava per quelli che, come noi, non c’avevano neanche gli occhi per piangere.
“Quel legno nun è bono manco pe cocere le caldarroste”, dicevano.
“Pare fatta de carta.”
“Che vergogna.” 
“Gliel’avranno messe le scarpe?”
“E lu vestito?”
“Ma certo. Che lo mettono in terra nudo come nu pupo?”
“Perché no? Cuscì li vestiti se li vendono tutti.”
“E dove lu trovano uno che se compra quelle quattro pezze puzzolenti?”
“Povere ragazze, come faranno mo senza lu babbo loro?”
“Come farà lei a crescere du figlie da sola?”
“La piccola è già mezza persa, ma magari la grande c’ha la capoccia sulle spalle.”
“Ma hai visto quant’è bella? Una cuscì c’ha già lu destino segnato.”
“Che famiglia disgraziata.”
“Che gran pena.”

Ci stanno persone che godono della miseria degli altri, soprattutto quelli che a malapena mettono assieme il pranzo con la cena ma che, a vedere chi sta peggio, si sentono meno morti di fame.
Ci stanno persone che godono delle tragedie degli altri e se con una mano pregano per te, con l’altra ti tengono la testa sott’acqua fino a quando non torni a galla tutto blu e con gli occhi rivoltati all’indietro.
Ma le peggiori sono quelle che non c’hanno neanche la buona creanza di dire cattiverie a voce bassa durante un funerale. Queste c’hanno proprio il cuore grande come l’osso d’una cerasa e l’anima nera come il carbone della stufa.

Continua...

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