mercoledì 10 luglio 2013

Ein Luftballon

Stava lì.
Ondeggiava in mezzo ai suoi compari. In mezzo a ciò che conosceva e amava.

Fino a quando, un giorno, arrivò Lei.
Lei a passi piccoli e leggeri.
Lei diversa da tutto ciò che aveva conosciuto e amato fino a quel momento.
Lei. Con gli occhi belli.

"Quello, voglio quello!", disse la bimba indicandolo.
E un attimo dopo, ne stringeva lo spago tra le dita.

Quel giorno girarono per i viali della fiera. Assaggiarono lo zucchero filato. Provarono a vincere un pesce rosso. Corsero con gli altri bambini. Si sporcarono il cappottino con il gelato. Risero. E risero.
Quel giorno furono tanto felici. Entrambi.

Lui le stava legato al polso, godendo dell'aria fresca, il profumo dei fiori, e l'infinito che li attendeva.
Sognava un futuro da viaggiatore. Da viaggiatori. L'uno accanto all'altra. L'uno legato all'altra. Alla scoperta. Del mondo. Della vita. Assieme.
Lei per terra. Lui per aria.
La sua piccola ancora.
Il suo slancio verso l'oltre.

Lui le raccontava il futuro che avrebbero vissuto. Lei lo guardava con gli occhi belli.

Poi i viali cominciarono a svuotarsi, il sole a calare e l'aria fredda dalla montagna a spazzare le strade.
Lui la seguì fino a una stanzetta piena di giochi e colori.
Lei sciolse il nodo dal polso e lo lasciò libero.

Il palloncino trattenne il fiato, emozionato dal volo.
Si gonfiò ancora di più, chiuse gli occhi, assaporò il brivido e poi.
E poi Paf. Contro il soffitto.
Paf. Nell'angolo preciso dove i muri s'incontrano.
Paf.
Un tocco leggero. Uno schianto silente. Un percorso interrotto.

Lui la guardò sorpreso.
Lei gli sorrise, e gli augurò la buona notte con i suoi occhi belli.
Allora le sorrise anche lui, aspettando il giorno dopo e le loro nuove avventure.

Il giorno dopo arrivò. E anche quello dopo ancora. E ancora. E ancora.
Lei andava a scuola. Ai giardinetti. Giocava con gli amici. Godeva del suo piccolo mondo.
Lui invece stava lì. Dove i muri s'incontrano e non c'è prospettiva.

Ogni sera si ritrovavano. Lei lo guardava con gli occhi belli. E lui tornava a sperare.
Per sei albe e sei tramonti lui sperò.
Continuò a sperare anche quando cominciò a sgonfiarsi. A scendere. Sempre più piccolo. Sempre più giù. Sempre più vicino al pavimento. Tra polvere, resti di biscotti e vecchi giocattoli dimenticati.

Il settimo giorno la bambina lo cercò con i suoi occhi belli ma non lo trovò.
Poi inciampò in uno spago, abbassò lo sguardo, e finalmente lo vide.
"Che ti è successo?", gli chiese, "Chi è stato a ridurti così?"
"Tu", le disse lui.

Ma lei non lo sentì.
Del resto i palloncini non hanno voce. O forse c'è solo chi si ostina a non volerla ascoltare.


6 commenti:

Eireen ha detto...

Dolcissimo racconto!

AD Blues ha detto...

Bello!
(ma tristissimo, eh!)

---Alex

Torquitax ha detto...

Uh che commosssione! Bello, bello, bello!!

Farnetico ha detto...

Non ho nulla da aggiungere, è perfetto.

Rabb-it ha detto...

Ricordo un aquilone dimenticato sotto il letto della casa dei nonni.
Con la tela di spiderman disegnata sul rombo.
Spiegazzato, mezzo rotto.

Ritrovato un pomeriggio da me e la mia cuginetta, lui a differenza dei palloncini dopo una bella spolverata e qualche pezzo di nastro adesivo poté volare ancora un po'... fino ad un triste giorno in cui il filo non si impigliò in un lampione.
Il filo si spezzo e spiderman finì nel corso d'acqua che correva lì dietro... annegato.

Quando gli otto otto tre cantavano chi ha ucciso l'uomo ragno io e mia cugina avremmo ben potuto replicare: uno stupido lampione!

Già... il fatto che il palloncino mi faccia pensare a lei non è esattamente casuale.
Ma ho il sospetto che... poche cose non mi facciano pensare a lei.
Forse nessuna.

Almeno sono bei ricordi, insomma l'aquilone avrà pur fatto una fine inomignosa, ma noi ci eravamo divertite.





Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@Eireen, Alex, Torquitax: grazie a tutti!

@Farnetico: grazie.

@rabb-it: i bei ricordi sono un tesoro, anche se piccolo e mai sufficiente. Un abbraccio.

 

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