mercoledì 27 marzo 2013

L'amicizia ai tempi delle cornicette

L'altro giorno, di punto in bianco, mi è tornato in mente il libro delle cornicette.
Voi ce l'avevate il libro delle cornicette?
La mia maestra di prima elementare, l'anziana Giannetta che venne poi sostituita dalla giovane Egle, ne possedeva diverse versioni. C'era quella delux, quella intermedia e quella per bambini particolarmente imbranati.
Pagine e pagine di cornicette da copiare sul proprio quaderno per dividere le lezioni dai compiti, l'italiano dalla matematica, le note dai bei voti.
Credo che, in realtà, la vera funzione di questi grafici orpelli fosse rendere noi giovani neoalfabetizzati più abili con penna e matita, meno impacciati nei movimenti, più disinvolti nell'approccio alla scrittura.
Insomma, le cornicette dei miei tempi erano la versione moderna e creativa delle "aste" delle generazioni a me precedenti.

Perché vi sto dicendo tutto questo?
Perché il ricordo delle cornicette e, soprattutto, dell'assurdo libro che ne custodiva al proprio interno millemilioni di differenti versioni, si è tirato dietro tutta una serie di memorie e riflessioni strettamente legate ai miei anni delle elementari.
Anni durante i quali si poteva tenere il mondo in ordine con l'uso di semplici disegni geometrici ad ornare una pagina.
O questo è un falso ricordo? Una ricostruzione faziosa del tempo che fu?
Forse, a guardar bene, ad osservare più da vicino, si riescono a vedere anche le scalfiture, le ammaccature dell'imperfetto tempo andato.
Forse anche quelli erano anni incasinati, anni di delusioni e traumi, anni di rapporti appassionati e burrascosi.

Ve la ricordate l'amicizia ai tempi delle cornicette?
Io sì.
Mi ricordo soprattutto le mie tre migliori amiche. Le mie tre compagne di classe preferite.
Noi ci muovevamo sempre in quattro: Annamaria, Stefania, Ida ed io.

Il padre di Annamaria lavorava in banca. La madre insegnava inglese. Nelle dinamiche interne della mia proletarissima scuola elementare, ciò era più che sufficiente per darle un ruolo privilegiato, per metterla sopra un piccolo invisibile gradino.
Il tutto era amplificato dalla sua naturale e pacata eleganza, dal suo principesco atteggiamento, dalla sua connaturata aristocratica sobrietà.
Sobrietà che scricchiolò solo per pochi secondi durante uno dei primi giorni di scuola. Quando Anna si presentò in classe con un volantino di un negozio di giocattoli. E io mi avvicinai, come gli altri, per dare un'occhiata.
"E' inutile che guardi. I tuoi genitori fanno gli operai: non te le puoi permettere queste cose", disse lei, perdendo il suo proverbiale aplomb ed esibendo una sorprendente acidità.
"I miei genitori lavorano tanto e mi vogliono bene. Quello che puoi avere tu lo posso avere pure io", risposi asciutta, reprimendo faticosamente il desiderio di attaccarle una caccola tra i capelli.
Questo semplice scambio bastò a farmi guadagnare il ruolo di sua parigrado. I giocattoli non c'entravano niente, era questione di rispetto, dato e dovuto.
A lei piaceva il fatto che io non facessi alcuno sforzo per guadagnarmi il suo affetto.
A me piaceva il fatto che, dietro quella laccatissima maschera, fossero presenti difetti e debolezze. E che solo io conoscessi il suo lato oscuro, più oscuro di tutti, la sua notevole capacità nel fare rutti a comando. 

Sempre un passo dietro alla reginetta della classe, a tenerle servilmente il nobile strascico, c'era Stefania.
Stefania era amica mia solo per sbaglio, per convenzione, per noiosa abitudine.
Lei ed io non avevamo niente in comune, ma ci toccava condividere tutto: la strada per andare a scuola, il cortile, e persino le nostre due migliori amiche. 
Io ho sempre pensato che l'antipatia fosse evidente e reciproca. Ma, in realtà, una volta finite le elementari lei cercò, a differenza mia, di mantenere i contatti. Atteggiamento inspiegabile, se non partendo dal presupposto che Stefania un po' di bene me ne volesse sul serio.
A tal proposito, fu indimenticabile una sua telefonata fattami in terza media. Io ero di corsa e così, semplicemente, finsi che avesse sbagliato numero.
E quando, pochi giorni dopo, lei mi richiamò per raccontarmi il curioso episodio, e aggiungere "Strano, però, al telefono sembravi proprio tu", io negai. Negai con tutta la sfacciataggine di cui ero e di cui sono capace. Negai. Non per proteggere i suoi sentimenti ma il santino di "buona" che faticosamente mi ero autocostruita. Santino che ancora porto con me. Perché peggio delle prigioni che ci erigono gli altri, esistono solo quelle che ci erigiamo da soli.
Buona? Ma buona de che? Posso essere stronza come gli altri. Anzi, no, lo posso essere in maniera molto più creativa ed esuberante della media. E ciò mi riempie d'orgoglio.

L'ultima del gruppo era Ida. La mia anima gemella.
Nella foto di classe Annamaria e Stefania sono sedute, eleganti come due damine e si tengono per mano.
Ida ed io siamo in piedi, dietro di loro, ognuna con il braccio intorno alla spalla dell'altra.
Le prime due sorridono compite.
Noi ridiamo sguaiate.
Loro sembrano appena arrivate da una festa di famiglia.
Noi da un pomeriggio ai giardinetti.

Le cornicette mi hanno portato a ripensare ad Ida e alla nostra amicizia. Ho ripensato che pure in quel periodo di cartoni animati, collezione dei puffi e maglioncini rosa i rapporti potevano essere complicati. Anche se ci si provava, delle volte era difficile rispettare i quadretti del foglio, il tratto diveniva incerto, la matita sbavava, le mani sudaticce si attaccavano alla carta.
Ida era la mia migliore amica. La più migliore di tutte. Meglio di Annamaria. Un milione di volte meglio di Stefania. Eppure litigavamo come cane e gatto. Non ricordo minimamente quali fossero le motivazioni. Ricordo solo che ci urlavamo contro e ci facevamo del male. Passavamo dall'affetto incondizionato alle ripicche più ridicole.
Eppure eccoci là nella foto, abbracciate, testa riccia contro testa riccia, sorridenti. E non solo perché quello era evidentemente un momento di serena tregua, ma perché eravamo amiche sul serio. Non c'era bisogno di troppe spiegazioni. Ci volevamo bene. Nella nostra maniera chiassosa, sconclusionata ma sincera.

Ora che sono passati mille anni le cornicette non le faccio più. Ma litigo ancora, alternando al dolore dello scontro la gioia della riappacificazione.
Ida non la frequento più, ma ho trovato un suo degno sostituto.

14 commenti:

Tendallegra ha detto...

Eravamo in quattro anche noi: Alessia, Cinzia, Manola e Silvia. Eravamo le prime della classe, le più brave, ma non secchione... diciamo quelle con una marcia in più. Gli insegnanti, una in particolare, hanno inutilmente e scioccamente cercato di metterci in competizione: non ci sono mai riuscite, perchè a nessuna interessava avere lo scettro di Regina, piuttosto quello di Fantastiche Quattro che davano una mano a tutti. Erano i tempi delle scuole medie ed i ricordi di quel periodo sono davvero bellissimi: ho amato tantissimo la scuola, svegliandomi sempre molto contenta di andarci.
Grazie di aver riportato nella mia mente questi bei pensieri che pensavo perduti. E, invece, erano semplicemente sotto l'incrostazione fatta da quelli di ragazza grande.
Per tante versi, crescere non è tutta questa gran bella cosa.

AD Blues ha detto...

I miei quaderni erano dei campi minati, pieno di cancellazioni, pastrocchi e crateri lasciati dalle malefiche gomme per cancellare l'inchiostro delle penne biro.
Caratteristica che mi valse il nomignolo di "mister pastrocchini" affibbiatomi dalla ineffabile signorina Loretta, la mia adorata maestra che ogni tanto ho ancora la fortuna di incontrare.
Per i motivi sopra elencati, le lezioni sui miei quaderni non erano divise da cornicine ma dal filo spinato! ;-)

---Alex

Torquitax ha detto...

Pancri, questo è un post fantastico! Mi sono commosso!!
Io faccio parte di una generazione diversa: per noi le cornicette erano cose più "editoriali" tipo una cornicetta per iniziare la pagina dei pensierini (testatina) e una per chiuderla (finalina). Così da trasformare i nostri quaderni in libricini da esibire a genitori e parenti. A noi i quaderni ce li facevano dividere per colore: blu per italiano, verde per matematica, rosso per storia e geografia, bianco per religione. Alle elementari ero un "pestesino" come si dice qua e più che gruppi ero l'amico-jolly. Andavo d'accordo con tutti e con nessuno in particolare. Le scorrazzate in cortile però e le ore passate a fare dei sotterranei le gallerie di un tempio maledetto...gli anni della fantasia al potere!

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@Alessia: tu sei una fantastica ragazza grande!

@Alex: uahuahuah!
Ti svelo un segreto: anch'io ero parecchio disordinata ;)

@Torquitax: io non sono permalosa ma tu non puoi venire qua e, impunemente, sottolineare di appartenere a "una generazione diversa"(=più giovane!)
Il post ti ha commosso? Io ti farò piangere appena ti becco!

mariacristina ha detto...

Ciao Jane, è tanto che non passo di qui! Ti ho letto molto volentieri!!! bacioni

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@mariacristina: ehilà! Che bello rileggerti da queste parti. Un abbraccio.

Ale ha detto...

Una bellissima descrizione dell'amicizia nelle sue mille sfaccettature :)

dailygodot ha detto...

Oh le cornicette!!! Eh sì me le ricordo...
... ma soprattutto mi ricordo l'incredibile equilibrio di fantapolitica che ci vuole quando si va alle elementari per andar d'accordo con tutti, con alcuni più di altri, e litigare solo per i motivi e nei momenti che non ti faranno mettere in punizione.
Quanta saggezza può esserci in un grembiulino con fiocco!!! :D

Graziella ha detto...

A proposito del commento di Torquitax: consolati,io le cornicette non me le ricordo, ai tempi miei non si facevano perché....erano altri tempi= anni'60! :)

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@Ale: grazie!

@dailygodot: bisognerebbe scrivere un saggio "la diplomazia ai tempi delle elementari"

@Graziella: grazie per la consolazione :)
Ma Torquitax lo corco di mazzate comunque! :D

Farnetico ha detto...

Ah finalmente lo hai detto al mondo! Certo non posso dirmi felice perché non mi sta bene la qualifica di "sostituto", ma mi posso accontentare della dignità conferitami.
Questo post è sensibile, è il suono di te, adesso.
Bravissima.

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@farnetico: sì, era tempo che il mondo sapesse!

Ero sicura che il termine "sostituto" ti sarebbe stato un poco stretto. Ed io per questo l'ho usato, perché sono carogna. Un'amica carogna, ma pur sempre un'amica.

Grazie.

M.C. ha detto...

Giusto ieri frugavo con mia madre in un cassettone di mia nonna nel tentativo di mettere in ordine un po di vecchie fotografie, e li, con in mano le foto di classe delle mie elementari, ho compreso una verità che fino ad ora avevo solo sospettato: io alle elementari non ci sono mai stata!
Non mi ricordo di nessuno! Nessun volto, nessun episodio, vagamente la maestra...
Certamente, come per l'allunaggio e l'occultamento degli alieni a NewYork, qualche associazione filogovernativa ha creato falsi indizi e pagato corrotti testimoni per farmi credere il contrario, ma, in realtà, il mio primo giorno di scuola è stato certamente in prima media!

Eireen ha detto...

Ricordo con struggente dolcezza le cornicette. O erano le mie sorelle minori a farle? Boh, sono passati troppi anni (rifiuto di specificare quanti...). Ricordo con perplessitá i litigi con le amiche di quando eravamo piccole. Erano veramente litigi sconclusionati. Una volta una mia amica mi fece una linguaccia, sai, di quelle rumorose. Io m'incavolai e volli ricambiare il favore. Solo che io avevo in bocca le briciole di una merendina. Ti lascio immaginare il risultato e la sua faccia schifata! Non mi parlò per due settimane e ancora oggi, a pensarci, ci rimango male!

 

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