mercoledì 29 febbraio 2012

Free Rossella

Rossella Urru è stata rapita dal campo profughi Saharawi di Rabuni la notte tra il 22 e il 23 ottobre scorsi. Insieme a lei sono stati presi anche due cooperanti spagnoli: Ainhoa Fernandez de Rincon e Enric Gonyalons.

Rossella lavora da due anni in Algeria, coordinando un progetto che si occupa di rifornimenti alimentari nel campo, con particolare attenzione ai bisogni specifici di donne e bambini.
Lei è laureata in Cooperazione Internazionale con una tesi proprio sul popolo Saharawi.
Non è una sprovveduta. Ha trasformato la sua grande passione, la sua grande voglia di fare, in un lavoro difficile, pericoloso ma estremamente utile, che sicuramente la riempie d'orgoglio e soddisfazione.

Io di Rossella so questo e poco altro, come tutti voi del resto.
Ma, guardando le sue foto, ho cercato di intuirne il carattere e i sentimenti. Guardando quelli occhi neri come pozzi e quel sorriso sereno, ne ho percepito l'amore per la sua missione, l'entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco, darsi da fare, fare ciò che si deve, senza tanti fronzoli. Semplicemente.

Rossella sembra una ragazzina ma è una donna. Una donna in gamba rimasta vittima, come tanti altri, dei giochi di potere, delle battaglie intestine di una terra mai pacificata.

Per mesi in Italia non si è più parlato di lei. I media l'hanno ignorata. La sua era una notizia noiosa, senza pruriginosi particolari o risvolti macabri. Ma negli ultimi giorni, per fortuna, il silenzio si è fatto meno assordante e le voci hanno cominciato a levarsi.
Le nostre sono voci flebili e nulla possono sul piano internazionale. Ma sono voci sincere e decise che vogliono alzare l'attenzione, vogliono mandare un messaggio di affetto fino al deserto e, semplicemente, vogliono far sentire la famiglia di Rossella meno sola.
Noi ci siamo, siamo con voi, siamo orgogliosi di questa donna che ci rappresenta con il sorriso e la concretezza.
Liberate Rossella. Sono in molti ad avere bisogno di una donna come lei. Noi, la sua famiglia, e i profughi Saharawi.

Questo post rientra nell'iniziativa Blogging Day per Rossella Urru.

martedì 28 febbraio 2012

Errare è umano

Eccellentissima signorina Pancrazia,

indirizziamovi codesta missiva per invocare un magno favore.
Stiamo lavorando ad una nuova edizione della nostra celeberrima Enciclopedia, ma soffriamo di gravi lacune nell'ambito della documentazione iconografica.

Per suddetto motivo vi chiediamo di inviarci un'immagine del pullover grigio piccione del consorte vostro, l'egregio Ciccio de Ciccis. Voi sapete a quale pullover facciamo riferimento, nevvero?
Tale esplicativa ripoduzione verrà posta sotto la voce: Infeltrire. Niuna altra documentazione potrebbe essere altrettanto valente.

Confidando nella vostra magnanimità e disponibilità,
porgiamovi i nostri più cordiali saluti,

Responsabili Editoriali "Enciclopedia Treccani".

martedì 21 febbraio 2012

Vita vs. calcio: we will fix it!

Articolo sponsorizzato
Non si sa bene come e non si sa bene perché, ma ultimamente finisco spesso col parlare del mio teutonico ex. Del resto non è mica un ex fidanzato qualsiasi. Il bel pennellone era (ed è) un tedesco che odia birra e calcio. In pratica un tedesco geneticamente modificato, una sorta di esperimento di laboratorio sfuggito dalle mani dei propri creatori.
Egli detestava talmente tanto il calcio che nella lontana estate del 2002, fece un pervicace ostruzionismo per impedirmi di vedere i mondiali nippo coreani. Non che io sia una grande appassionata di pallone, ma devo dire che subisco molto il fascino delle grandi manifestazioni sportive internazionali. E poi detesto quando qualcuno pretende di decidere per me cosa sia giusto vedere, cosa sia sufficientemente stimolante o intellettualmente all'altezza. Avrò pur diritto di scegliermi ogni tanto un sano, sanissimo svago nazionalpopolare, o no?
Secondo il mio ex, evidentemente no. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui, ogni volta che appoggiavo il mio nobile di dietro sul divano, lui piombasse nella stanza e, puntandomi il dito contro con fare accusatorio, affermasse: "Non vorrai mica guardare la partita? Non vorrai mica dedicarti a un passatempo sì triviale?"  e, sordo alle mie proteste e alle mie frigne, mi trascinasse fuori a fare una passeggiata. Passeggiata che si risolveva sempre con me che chiedevo il risultato ai pedoni e agli automobilisti fermi ai semafori. Oppure che cercavo di intuire l'andamento della partita origliando le televisioni accese, attraverso le finestre aperte. Avete presente Fantozzi quando, invece di vedere i mondiali, viene costretto all'ennesima retrospettiva su La corazzata Potëmkin? Ecco, uguale! Però io non subivo le angherie di un MEGADIRETTOREGALATTICO bensì di un MEGAFIDANZATOSFRANTUMATOREDELLAPAZIENZAALTRUI.
Se a quei tempi fosse già esistito il concorso We will fix it io sarei stata una donna più felice, libera dalle vessazioni di un amorevole ma molesto fidanzato allergico al calcio. Nel caso che qualcuno di voi, uomo o donna, si trovi in una situazione simile a quella mia di 10 anni fa, vi consiglio caldamente di chiedere aiuto a Luis Figo e all'Help Team di Unicredit.
Sul sito ufficiale di We will fix it è presente un modulo da compilare. Raccontate qual è il problema: vorreste vedere la partita della vostra squadra preferita ma è il compleanno della zia Mariuccia? Oppure quel cattivone del datore di lavoro pretende che facciate gli straordinari proprio la sera di coppa?
Nel caso veniate selezionati potrete usufruire di un pacchetto di servizi di salvataggio in occasione della
UEFA Champions League. In cosa consista il pacchetto non è dato saperlo in anticipo, ma io confido che non includa il rapimento della povera zia o il vostro licenziamento. Quindi direi che potete stare sereni e partecipare fiduciosi al concorso.
Chi lo sa? Potreste essere voi i fortunati vincitori! Alla faccia di tutti i germanici fidanzati prepotenti e allergici al pallone!



lunedì 20 febbraio 2012

Sanremo, la piccola Pancrazia, e le canzoni come mondi

Spiaggiata sul divano, avvolta come un salame nel plaid, con la mente annebbiata dalla febbre, e la televisione a riempire il tempo e lo spazio. Sono queste le tristi condizioni in cui ho trascorso le serate di giovedì, venerdì e sabato. E così, complice l'influenza, dopo anni ho rivisto Sanremo.

Mentre sul palco si alternavano Lucio Dalla che fingeva di dirigere l'orchestra, Josè Feliciano che riproponeva l'inarrivabile "Che sarà", e Celentano che dava spazio al proprio ipertrofico ego, mi sono tornate in mente tutte le canzoni che mi piacevano tanto da piccina. Quelle già vecchie. Quelle che raccontavano una storia. Quelle che mi trasportavano nelle vite degli altri. Io le ascoltavo e ogni volta inventavo svolte improvvise nelle vicende, sottotrame e lieti fine.

Fosse dipeso da me, il protagonista di "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones" sarebbe tornato a casa vivo, a cantare le brutture della guerra e la bellezza della pace. Non sarebbe mai diventato un cantante famoso ma avrebbe conosciuto una ragazza carina e simpatica. Avrebbero messo su famiglia e sarebbero invecchiati insieme sereni. Alla faccia di Morandi che gli voleva tanto male!
Lo straniero di "4/3/1943" sarebbe stato condannato a morte per un crimine non commesso, ma l'avrebbe fatta franca scappando di notte con il suo giovanissimo amore. Arrivati in un piccolo villaggio lui si sarebbe inventato un lavoro da pescatore e lei avrebbe imparato a cucire le reti con le mani e con i piedi, veloce come una scimmia. Bella ma pure un poco pazza.
Lo sposo di "Alice" sarebbe uscito di corsa dalla chiesa. Ma mica da solo: con la fidanzata e tutto il pancione. Lui i dubbi ce li avrebbe avuti non su di lei o sul loro amore, solo sui suoceri. Avidi e prepotenti. I due sposini mancati, ancora con i vestiti da cerimonia addosso, sarebbero saliti di corsa su un treno per costruirsi una vita e una famiglia nuove in un'altra città.


Un giorno la mia maestra delle elementari decise di insegnarci una canzone che a lei piaceva tanto. Io quella canzone lì non l'avevo mai sentita, ma mi piacque da subito. Aveva un titolo che profumava di posti sconosciuti e raccontava una storia magica. C'erano un cavaliere, una dama misteriosa ed una folle corsa.
Io, trascinata dalle note, feci il tifo per il giovane soldato che scappava, scappava per non farsi prendere dalla nera signora.
Quando il nastro terminò la maestra Egle prese subito a spiegarci il significato della canzone.
"Non si può sfuggire alla morte," ci disse, "questa è sempre in grado di trovarci!"
"Oh perdincibacco", pensai io, che per una bimba di 8 anni è l'equivalente di un "Esticazzi!"
Così elaborai di corsa una mia interpretazione. Una in cui la nera signora sarebbe stata una maga potente ma non cattiva. Una maga grande e grossa, tutta vestita di nero, con un viso bianco e tondo come la luna nascosto sotto il velo spesso. Lei, sedutasi accanto al soldato, gli avrebbe finalmente svelato le sue nobili origini e gli avrebbe donato le chiavi del castello da cui governare come principe il suo immenso regno.

A distanza di anni continuo ancora ad amare quelle canzoni, ma anche a farne vivere i protagonisti nelle mie più rassicuranti versioni.


giovedì 16 febbraio 2012

Bruno

Bruno Schulz fu un bambino con un corpo gracile sormontato da una testa sproporzionata.
Crescendo divenne un pittore e uno scrittore dal talento immenso e le potenzialità infinite. Eredità preziosa lasciatagli da un padre scomparso troppo presto, ma mai dimenticato.

Bruno Schulz fu uno dei tanti ebrei polacchi morti durante il nazismo. Morto per sbaglio o per superficialità. Morto senza una ragione o per una ragione sciocca. Volato via lasciando dietro di sé tracce indelebili su libri, illustrazioni ed anche sulle vecchie pareti di un anonimo appartamento a Drohobycz.
Tracce raccolte con sensibilità e riconoscenza dalla penna felice di Nadia Terranova, e dal tratto lieve di Ofra Amit.

Da questa fortunata collaborazione è nato un racconto illustrato, "Bruno, il bambino che imparò a volare", edito da Orecchio Acerbo.
Una storia poetica e delicata. Parole ricche e magiche che trasportano il lettore in un mondo meraviglioso e disperato al tempo stesso. Immagini impalpabili e struggenti che si sposano, s'intrecciano, danno profondità, spessore, ma anche leggerezza e vertigine.

Un libro grande, con una copertina rigida, e il profumo delle care letture amate da ragazzi.
Un libro da guardare, accarezzare, cullare, abbracciare, annusare, ascoltare e mangiare.
Un libro da conservare come un tesoro. Per essere tirato fuori quando si sente il bisogno di poesia, quando si trova qualcuno di speciale con cui condividerlo, quando i bambini che amiamo saranno abbastanza grandi da apprezzarlo, ma non così tanto da viverlo con la struggente nostalgia degli adulti.

Bruno, per quanto mi riguarda, sarà un dono da lasciare ai miei figli, se ne avrò, o a mio nipote. Da lasciare a chi avrà la volontà di leggerlo a se stesso e agli altri.
Una flebile luce partita da un'anima grande, rinfocolata da due donne talentuose e sensibili, e infine custodita da tutti. Anche da me.

martedì 14 febbraio 2012

Braccia rubate all'agricoltura

In passato vi ho già spiegato il mio amore per il Natale ma anche il mio odio viscerale per Capodanno e Primo d'Aprile, con annesse ataviche motivazioni di carattere psicotraumaticosentimentalscolastico. Ora è venuto il momento che vi parli del mio tormentato rapporto con il Carnevale.
IO ODIO IL CARNEVALE.
Fin da piccolina non ho mai amato travestirmi e, crescendo, questa mia avversione non ha fatto altro che peggiorare.

Vi spiego il perché, regalatemi cinque minuti, lasciatemi il tempo di sdraiarmi sul lettino virtuale del blogger-analista per svelare al mondo le origini di siffatta idiosincrasia.
Come ben sapete ho una sorella, nello specifico una sorella maggiore, molto più grande di me, praticamente ormai un pezzo da museo. A dividerci ci sono ben 8 anni.
Da tipica secondogenita ho ricevuto in eredità parte dei suoi abiti smessi. Nonostante io appartenga alla generazione di bim bum bam e del rosa shocking, ho frequentato le elementari con un look da fricchettona anni '70, abbigliata con maglioncini stretti a dolce vita, pantaloni a zampa d'elefante, e velluto a coste come se piovesse.

Ma non ho ereditato solo il guardaroba per tutti i giorni, magari! Mi sono beccata anche gli abiti di carnevale riciclati. Del resto, ai tempi miei, non si buttava via niente e quando i genitori compravano un costume lo prendevano bello grosso, da farci crescere dentro il pupo per almeno 3 anni, e poi passarlo agli sfortunati successori.
Nel nostro intoccabile baule delle meraviglie, tra coperte, centrini ed ammennicoli vari, venivano accuratamente conservati anche gli unici due abiti carnevaleschi acquistati molti anni prima per SorellaCole. C'erano la fatina e la spagnola.
Io, ogni inverno, all'apertura rituale della cassapanca guardavo con bramosia e vacua speranza la bacchetta con la stella argentata, l'acciaccato cappello a punta, ed i metri di vaporoso tulle. Ma MammaCole, al motto di "Questo vestito è troppo vecchio e rovinato, meglio l'altro", si buttava sempre sulla cultura andalusa e sceglieva arbitrariamente di abbigliarmi da sfigatissima ballerina di flamenco.

Voi sapete cosa vuol dire essere travestita da spagnola? Le più "adulte" tra le mie lettrici probabilmente sì. Perché tra gli anni '70 ed '80 quel sobrio abitino carnevalesco fu un vero e proprio must. Pizzi e merletti neri, sparsi a profusione sopra un capolavoro d'eleganza rosso fuoco. Un orrore che non avrebbe messo neanche una Drag Queen cieca da un occhio!
Eppure, in realtà, il discreto abitino per me era il meno da sopportare! Ciò che mi disturbava maggiormente era il trucco. Mia madre e mia sorella mi braccavano in bagno fino a quando non mi rassegnavo a farmi conciare da battona iberica: litri di rimmel, strati e strati di matita, fard, rossetto e un bel neo finto a concludere l'opera.
Non credo sia un caso che non esistano prove fotografiche al riguardo: Zeus, o chi per esso, mosso a pietà deve averle incenerite tutte con un fulmine ben diretto!

Dopo anni di questa tortura, un lieto indimenticabile pomeriggio m'illusi di essere giunta finalmente al termine del tunnel. Mia madre fu costretta, con suo sommo dispiacere, a prendere coscienza del fatto che fossi diventata troppo alta per vestire i panni della ballerina di flamenco. Le maniche ormai mi arrivavano ai gomiti e la gonna, diventata mini, lasciava scoperti calzettoni di lana, jeans e scarpe da ginnastica. Un vero orrore!
Io non feci neanche in tempo a gioire, che la mia genitrice ebbe subito un'altra malsana idea. Forte del suo passato da sartina, corse in edicola ad acquistare una di quelle famigerate riviste con i cartamodelli, e scelse di farmi un bell'abitino nuovo di zecca, su misura, tutto per me. Anche in quell'occasione, ovviamente, la mia opinione venne considerata superflua e quindi non richiesta.

Dopo una settimana di misure e prove finalmente il capolavoro venne terminato. Fui vestita, acconciata, e truccata solo con un poco di fard a ravvivarmi l'incarnato verde ramarro. Poi, piazzatami davanti allo specchio, MammaCole esclamò orgogliosa: "Talia come sì pulita" (trad. siculo-italiano: "Guarda come sei carina!")
E io mi guardai.
Avevo su un vestitino rosso con maniche a sbuffo, un ampio grembiule a quadretti e una tremenda cuffiona legata sotto il mento. No, quella di MammaCole non era un'interpretazione postmoderna di Cappuccetto Rosso, magari! Non sarei mai potuta essere la protagonista di una favola, sarebbe stata una cosa troppo appagante, così si sarebbe corso il rischio di alzare di qualche tacca la mia ridottissima autostima, così si sarebbe corso il rischio di farmi uscire per mezza giornata dal ruolo assegnatomi di sorellina cessa.
Non sia mai!!! E di che avrebbe vissuto altrimenti la mia analista venticinque anni dopo? E di cosa avrei parlato altrimenti io sul mio blog?

Il rosso abitino, confezionatomi con tanto amore e dedizione, era da contadina. Aspettate, lo scandisco meglio, nel caso non abbiate capito: C-O-N-T-A-D-I-N-A.
Interpellate una bambina qualsiasi, chiedetele da cosa vuole vestirsi per Carnevale, nessuna bambina in questo emisfero come nell'altro, adesso come vent'anni fa, vi risponderebbe mai la contadina. MAI. Le bimbe vogliono essere ballerine, principesse, quelle più volitive magari anche piratesse ma lavoratrici dedite all'agricoltura, no. MAI.

E poi una si chiede perché a vedere i coriandoli mi venga l'orticaria. Non avevo neanche ancora 8 anni quando mia madre mi fece velatamente capire di "andare a zappare la terra!"
Sono cose che segnano queste, altroché.

Ora scusatemi, debbo lasciarvi, torno ad autoflagellarmi.

domenica 12 febbraio 2012

I doveri di una zia

SorellaCole: Abbiamo comprato il vestito di carnevale per il piccolino. Sarà bellissimo!
Jane Pancrazia: Ma che tenerezza. E dimmi: cosa gli avete preso? Un bel costume da Principe nobile e coraggioso?
SC: No, veramente no.
JP: Cavaliere senza macchia e senza paura?
SC: No, non proprio. Abbiamo optato per qualcosa di diverso. Più moderno, diciamo.
JP: Avete fatto bene. Con un bel supereroe non si sbaglia mai. Avete scelto Spider-Man, vero? Il supereroe più super che ci sia!
SC: No, in verità, sei ancora un pochetto lontana.
JP: E allora mi arrendo. Da cosa lo vestirete?
SC: Topino.
JC: ...
SC: Un adorabile topino.
JC: ...
SC: Un simpaticissimo topino.
JC: Vestirete MIO nipote da SORCIO???
SC: Non da sorcio, da topino!
JC: E' lo stesso!
SC: Ma no, che non è lo stesso. Mantieni la calma. Cerca di affrontare la questione in maniera lucida e razionale. E' troppo piccolo per i costumi che piacciono a te. Per la sua età sono più adatti quelli teneri, da cucciolotto.
JC: Ma non potevi conciarlo da tenero orsacchiotto? Tenero scoiattolino? Tenero coniglietto saltellante? Proprio da pantegana fetente???
SC: Non è un vestito da pantegana ma da dolce topino con papillon annesso.
JC: Perfetto! Sorcio con tanto di ridicolo farfallino. Così mortificherete anche il suo senso estetico oltre che la sua dignità, ma bravi!!!

Ogni zia che si rispetti ha dei compiti da assolvere.
Compito numero uno: amare follemente il proprio nipote.
Compito numero due: preoccuparsi che non sia mai lesa l'onorabilità e l'innata eleganza del proprio nipote.
Compito numero tre: sfrantecare pazienza e certezze della propria sorella, nonché madre del succitato nipote.

Io sono una zia che prende molto seriamente il proprio ruolo.

Ovviamente PrincipeV è bellissimo con il suo vestito da topino, ma io non lo ammetterò mai, neanche sotto tortura.

Ah, quasi dimenticavo, ora mia sorella mi odia. Missione compiuta!

sabato 11 febbraio 2012

Microracconto: "Ad ogni cavaliere la propria dama"

Lei, Monna Pane, guarda Ser Balaustrone con occhi d'incanto e d'amore. Incompresa e fragile, vive il proprio sentimento con muta rassegnazione.
Protetta solo da un velo, percorre con passo lieve un'esistenza da crisalide inversa.

venerdì 10 febbraio 2012

Istruzioni per l'uso

Non sarebbe tutto più facile se ognuno di noi arrivasse con un libretto delle istruzioni? Come un frigorifero o una macchina fotografica.
Certo, forse sarebbe meno divertente, ma di sicuro più semplice.
Così sai com’è che funziono. Mica perché sei tonto, è che siamo tutti ingranaggi.

Questo è ciò che si legge sulle pagine di Tumblr dedicate a "Istruzioni per l'uso", un progetto fotografico di Marina Abatista.

Un progetto che aveva già attirato la mia attenzione mesi fa ma che, per mancanza di tempo e organizzazione, non ero ancora riuscita a segnalarvi. Ora però siamo agli sgoccioli: domani e dopodomani saranno gli ultimi giorni disponibili per farsi fotografare con il proprio libretto d'istruzioni annesso.

Quindi, nel caso siate di Milano e d'intorni e l'idea v'incuriosisca, vi suggerisco di affrettarvi. Contattate la responsabile e svelate al mondo il segreto del vostro funzionamento.

Pagina ufficiale: Istruzioni per l'uso.
marinella83@gmail.com

mercoledì 8 febbraio 2012

Erasmus: "Un indimenticabile Capodanno" (seconda parte)

(Prima parte.)

Quando si è una ragazza di poco più di vent'anni si ha il guardaroba pieno di vestiti adatti ad ogni stagione.
Attenzione, non sto parlando di abiti nati per andare bene con ogni temperatura. Ciò sarebbe saggio e utile, e non è assolutamente questo il caso!
Parlo di frivoli abitini sottoveste che le ventenni si ostinano a portare in qualunque periodo dell'anno: per il veglione di san Silvestro come per il falò di ferragosto. Indifferentemente.
E' inverno? Ci si piazzano sotto dei collant ed un paio di stivali. E' estate? Li si abbina con dei sandali.

Se poi sei una ragazzetta inglese ubriaca i sandali te li metti pure a gennaio, ma questo è un altro discorso.

Io e le mie degne amiche, in quanto ventenni, quel lontano 31 dicembre del 2000, a 1200 metri d'altitudine, tra le vette innevate piemontesi, scegliemmo un abbigliamento che sarebbe stato perfetto anche per un aperitivo ai Caraibi.
A nostra difesa voglio solo ricordare che la festa si sarebbe dovuta tenere in un caldo appartamento. Teoricamente un giaccone ed un paio di scarpe chiuse sarebbero stati più che sufficienti per superare il tragitto auto-portone. Ma così, ovviamente, non fu.

Gnocche più che mai raggiungemmo tronfie l'ingresso del party. Suonammo il campanello, l'uscio si aprì, e in un attimo fummo travolte da un branco di piumini, sciarpe, doposci e cappellacci di lana.
"Evviva: andiamo ad aspettare la mezzanotte sulle piste!", vociò gaio l'informe gruppone adeguatamente abbigliato mentre guadagnava l'uscita.
"...", rispose pietrificato il manipolo di minigonne fascianti e mocassini appena lucidati. Perché, a ben guardare, anche gli esponenti maschili della comitiva avevano optato per un abbigliamento leggero ed urbano.

Dopo interminabili minuti trascorsi sulle scale a guardarci con gli occhi persi. Il più "coraggioso", il più incosciente, il montone capo del gregge di pecoredilanaprivate cui appartenevo, si erse nel suo metro e 60 cm scarsi di altezza e, forte del calore infusogli dal limoncello bevuto prima di uscire, esclamò con voce stentorea: "Non vorremo mica farci ridere dietro da questi? Non vorremo mica fare la figura dei soliti fighetti di città? Andiamo anche noi sulle piste!", urlò precipitandosi verso l'uscita.
E noi, idioti, dietro a lui.

Ovviamente io, che mi metto il golfino anche a luglio, cercai di oppormi.
"Ma guardate che moriremo di freddo."
"Quante storie! Dovremo resistere solo pochi minuti."
Pochi minuti.
Pochi minuti un par di balle.
Stazionammo sulle piste da sci dalle 11 all'una di notte.
Voi avete idea di cosa voglia dire stare due ore vestiti da sera in piedi su una pista da sci? Io sì.
Voi avete idea di cosa voglia dire avere talmente freddo da desiderare di darsi fuoco? Io sì.
Voi avete idea di cosa si provi ad avere un vestitino leggero con sopra un cappottino altrettanto leggero e, per sbaglio, finire in mezzo ad una battaglia di palle di neve? Io no. Ma la mia amica C sì, e ancora va in analisi per superare il trauma!
Fu un vero miracolo che nessuno di noi perse per il freddo qualche falange. Io, a distanza di anni, ancora mi conto con orgoglio e commozione le mie dieci cazzutissime dita dei piedi che, nonostante l'ipotermia acuta e contro ogni legge fisica, quella notte scelsero di rimanermi fedelmente attaccate.

Grazie care, approfitto di questa occasione per ringraziarvi pubblicamente.

Furono le 2 ore più lunghe della mia vita e, ad onor del vero, non solo della mia. Ben presto lo sconforto ci travolse tutti e, con l'ultimo briciolo di orgoglio e folle irrazionalità rimastoci, decidemmo di non ripresentarci davanti all'uscio dei simpatici montanari che ci avevano tirato un pacco sì grande e sì gelido. E prendemmo a vagare sconsolati per il paese, cercando riparo in ogni locale, ogni baretto, ogni pertugio dell'amena località sciistica.
Ormai eravamo in giro e il capodanno l'avremmo festeggiato così: a membro di segugio!

Ogni posto era strapieno e noi eravamo troppi: mentre il primo riusciva a raggiungere il bar e ordinare qualcosa, due terzi del gruppo erano ancora fuori a spingere, spintonare, e cercare con poca fortuna di entrare.
Nel disperato ed inutile tentativo di scaldarci ci attaccammo ad ogni forma di alcool disponibile. Qualcuno vi dirà di avermi vista addirittura sfondare a spallate la vetrina di una profumeria e scolarmi una confezione da mezzo litro di Just Cavalli Parfume. Costui mente sapendo di mentire.
Era Chanel numero 5. Sono una donna di classe io.
La mia amica S, fino a quel momento astemia, in stato di evidente alterazione alcolica, mi costrinse ad accompagnarla in bagno. Nel senso che la dovetti proprio accompagnare fino a dentro il cesso, e tenerle la manina mentre lei, colta da un attacco di ridarella, cercava di mantenere l'equilibrio su una turca e non farsela sulle scarpe.
Che bei momenti.

Alla fine tornammo stremati, bagnati e incacchiati come bisce nel nostro monolocale. Ci insaccammo come cacciatorini nei sacchi a pelo e perdemmo i sensi su ogni superficie utile: letti, divani, tappeti, vasche da bagno e tavoli da pranzo.

Io e il fedele amico O scappammo a valle appena si fece giorno. Senza guardarci indietro. E con Michele Zarrillo e la sua stracacchio di rosa blu a farci da colonna sonora.
 

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