giovedì 30 agosto 2012

Confessione Numero Undici: e con questa si chiude.

Il meme di Clarina prevedeva la confessione di "undici cose di sé". Siamo dunque giunti all'ultimo episodio di questa rubrica estiva.

Sapete cosa ho voglia di confessarvi adesso? Voglio confessarvi che io odio confessarmi.
Nonostante abbia un blog non amo parlare di me e, sopra ogni cosa, non amo parlare dei miei problemi.
Chiedetelo alle mie amiche, rassegnate a non ricevere risposta alle loro telefonate di sostegno.
Chiedetelo alla povera SorellaCole che, se mi sente giù, ha imparato a limitarsi ad un semplice "Se vuoi, io sono qua". Già sapendo che tanto non vorrò.

Io non amo parlare delle mie crisi.
Perché sono riservata.
Perché raccontare troppo di me mi fa sentire nuda e vulnerabile, molto più che prendere il sole come mamma mi ha fatta.
Perché essere esposti fa paura a tutti, e a me di più.
Perché ad aprire il vaso di Pandora c'è il rischio che non si riesca più a richiuderlo.

E perché i problemi, quei gran bastardi, una volta che ne hai parlato ad alta voce non puoi più nasconderli sotto un tappeto ma devi farci per forza i conti. Quelli ti piantano il loro brutto muso in faccia e, a quel punto, neanche chiudere gli occhi può salvarti.

Io non amo confessarmi, parlare delle mie paure e delle mie debolezze. Quando lo faccio dopo arriva regolarmente il panico, l'orrore della compassione, e il desiderio di tornare a nascondermi nel sicuro delle collaudate certezze e delle antiche corazze.

Certi meccanismi di difesa non sono genetici ma il frutto di un patologico lavoro messo in atto da più di 30 anni.
Nonostante tutto, però, nessuna serratura è tanto vecchia da non poter essere aperta. Una porta può cedere di schianto. I fantasmi uscire da sotto il letto urlando e trascinando le loro catene.
A quel punto non resta che serrare gli occhi e tapparsi le orecchie. Attendere che l'aria si fermi, per scoprire di essere sopravvissuti anche questa volta, e di avere una stanza tutta nuova da arredare.

7 commenti:

AD Blues ha detto...

Invece di solito una volta confessati pubblicamente i peccati appaiono meno gravi dopo che si constaterà che poi magari non erano così terribili come si pensava...
Insomma, parlarne equivale ad esorcizzarli

---Alex

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

I peccati sì. I problemi no.

Torquitax ha detto...

Leggere la tua ultima confessione è stato come leggere in uno dei diari che tenevo durante le medie. Anch'io ero così. Poi con il tempo ho incontrato persone con cui posso mettermi a nudo anche di più di come mamma mi ha fatto. E sapere che loro ci sono quando io ho un problema, bhe, è una delle consolazioni più grandi. E parlarne con loro ridimensiona tutto a misure meno spaventevoli ^^

Lumaca a 1000 ha detto...

Secondo me anche per i problemi vale la stessa cosa che per i peccati. Le cose riacquistano le giuste dimensioni dopo che se ne parla. Ed io non sono una che ama confessarsi con tutti, pochissimi e selezionatissimi, mia madre e la mia "dolce" metà. Con gli amici proprio non riesco, mi sembra di metterli a disagio, di buttargli addosso un peso che non è il loro...e loro si sentiranno in dovere di consolarmi o altro, quando in realtà nel momento in cui ne parlo spesso ho già la situazione in mano e condividere non mi serve per cercare aiuto come pensano, ma per confrontarmi. E allora alla fine sto zitta o la butto a ridere.

Farnetico ha detto...

Quando avevo 5 anni vivevo di grandi domande la cui risposta avrebbe determinato inevitabilmente l'intero corso della mia vita. Come riuscire a ottenere la nutella, escogitare dei diversivi per evitare le mazzate di mia madre al rientro a casa quando non mi ero comportato secondo galateo ed educazione, tifare per una squadra di calcio o per una comitiva di ladri, riuscire ad uscire con la compagna di asilo di 4 anni (godendo di un po' di intimità). Mi portavo dentro questi problemi, quelle ansie, quelle angosce, le paure.. poi trovai un bassotto piccolo e dolce, appena nato e la mia vita cambiò.
Da quel giorno ebbi la possibilità di raccontare tutto, fare introspezione, elaborare strategie di difesa e di attacco, trovare a different perspective (potevo parlare pure in inglese infatti). Con il bassotto potevo parlare, ripetermi, piangere, sorridere, esaltarmi, condividere e relativizzare. Gli anni passarono e il nostro rapporto tra alti e bassi (...) procedeva a gonfie vele.
Quel Bassotto si iscrisse anche a scuola e all'università, con enorme mio orgoglio.
Qualche giorno fa, 24 anni or sono, mi ha confessato che non mi ha ascoltato mai, fin dall'inizio. Con dedizione e cura di dettagli.
Nonostante la devastante notizia, devo riconoscere che il potere immaginifico ed evocativo delle espressioni di quel bassotto mi hanno spinto verso una parte, la mia probabilmente, infondendomi il coraggio di cui avevo bisogno.
La mia vita è basata sulla menzogna, ma le fondamenta sono forti e robuste.

Jane (Pancrazia) Cole ha detto...

@Torquitax: non mi mancano le persone con cui aprirmi, mi manca la volontà di farlo

@Lumaca: "e allora alla fine sto zitta o la butto a ridere"...queste sono le mie specialità

@Farnetico: la tua sana follia e' sempre molto rassicurante. Nel monumento equestre a te dedicato, ai piedi del cavallo, ci sarà un piccolo bassotto

goldie ha detto...

mi sono riconosciuta in pieno nella tua descrizione. a volte uso il blog come sfogo (l'ho aperto in un momento di crisi) proprio perchè nessun conoscente sa e sospetterebbe mai dell'esistenza di un posto in cui io accenni vagamente ai miei pensieri, ma accade di rado e in modo spesso criptico. è il mio carattere, e chi mi "interroga" in genere riceve solo risposte sarcastiche. non mi piace confessarmi, non lo voglio fare, non esorcizza i problemi e non risolve nulla. e, per favore: non confessatevi con me!

 

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