venerdì 28 maggio 2010

Adelina (sesta parte)

Dopo la morte di Lucia il peso della sua famiglia ricadde completamente su di me.
Una volta si usava così: gli uomini da soli erano persi ed i vedovi non erano mai lasciati allo sbando, soprattutto se c'erano dei bambini di mezzo.
Augusto poteva lavorare nei campi per dodici ore senza fare una piega, ma non era in grado di cuocersi neanche un uovo e soprattutto non era capace di accudire i propri figli. Li amava con tutto il cuore, ma non sapeva proprio da dove cominciare per occuparsi delle cose pratiche. Insomma, a quei tempi, nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere ad un padre di pulire il sedere ai suoi figli, era una cosa inconcepibile e per questo c'era bisogno di una zitella. Io, appunto.

Enrico, il più piccolo, cercava la madre con ogni gesto ed in ogni sguardo. Chiedeva continuamente: "Dov'è mamma? Quando torna?" Noi gli spiegavamo che lei adesso era con gli angeli, che lo guardava dal cielo e lo amava tanto. Lui si chetava un attimo, ma poi ricominciava da capo: "Dov'è mamma? Quando torna?"
Mi si stringeva il cuore a vederlo così confuso e spaventato, lo prendevo tra le braccia e gli promettevo che gli sarei sempre stata accanto, che non sarebbe mai stato da solo.
Sandro invece non chiedeva nulla ma aveva gli occhi tristi e rassegnati. La notte faceva sempre dei brutti sogni e si svegliava piangendo. Piangeva a lungo, forte, con i singhiozzi che gli mozzavano il respiro, gli toglievano le forze e lo lasciavano stremato. Augusto gli si sedeva accanto, gli accarezzava la testolina e lo lasciava sfogare senza dirgli niente. Perché in certi momenti non c'è niente da dire. Che se non è libero di piangere un bambino che ha perso la mamma, allora chi lo è?

Il bello di avere molte cose da fare è che non si ha il tempo di sentire il dolore. Io non avevo neanche il tempo di piangere Lucia. Dovevo lavorare, dare un occhio a mia madre, che dopo la disgrazia sembrava invecchiata di dieci anni, occuparmi di Augusto, dei bambini e della casa. Solo la mattina presto, sdraiata nel lettone accanto a mamma, ripensavo a mia sorella, me la sentivo vicina, mi sembrava di averla di nuovo accanto, ne percepivo quasi il profumo. Ma non potevo abbandonarmi a questi pensieri e così mi alzavo e ricominciavo un'altra giornata.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, erano ormai passati sei mesi da quell'orribile notte quando mia madre mi disse: "La gente parla"
"E che dice?"
"Parla di te ed Augusto"
"Che c'è da dire su me ed Augusto?"
"Passate molto tempo assieme"
"Certa gente dovrebbe lavarsi la bocca con il sapone. Io non passo il mio tempo con lui ma con i bambini"
"I bambini hanno bisogno di una madre"
"Appunto! Io faccio quello che posso, ma non è mica facile. Mi ammazzo di fatica ogni giorno. Non ho tempo di dare retta alle chiacchiere dei cretini"
"Hai ragione. Ma Augusto ed io ne abbiamo parlato. Dovete sposarvi"
Ancora me la ricordo, come se ce l'avessi davanti in questo momento, la faccia di mia madre che in tutta tranquillità mi dice che devo sposare il vedovo di mia sorella.

Io lo so che a sentire queste cose adesso ai giovani gli vengo i brividi, ma una volta era una cosa quasi normale. Normale per Augusto e mia madre perlomeno. Non tanto per me.
A me sembrava che il mondo stesse andando alla rovescia, che fossero diventati tutti pazzi. Me la presi con Dio, la morte, mia madre, Augusto e pure Lucia che mi aveva lasciata in un tale pasticcio.
Mamma, che conosceva bene i suoi polli, mi fece sfogare e poi disse soltanto: "Se non ci pensi tu, Augusto cercherà qualcun' altra per crescere i figli di Lucia"
Qualche altra?
A me sposare Augusto sembrava una cosa assurda, una cosa sbagliata, una cosa sporca. Mi sembrava di rubare la vita di mia sorella.
Ma l'idea che un'altra donna crescesse i miei nipoti mi era ancora più odiosa.

Continua...

Prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte

venerdì 21 maggio 2010

Che senso ha frequentare la blogosfera?/2

Si possono leggere testimonianze che non si leggono da nessun'altra parte.

Non con la stessa schietta onestà, non con la stessa comprensibile rabbia, non con la stessa travolgente forza.
Testimonianze che vanno oltre la cronaca dei giornali, la morbosa curiosità dei telegiornali o i pietosi siparietti dei contenitori televisivi.

Questa è la testimonianza di Daniela:
Io ho subito lo stupro. Lui si è sentito offeso.

giovedì 20 maggio 2010

Al salone del libro c'erano...

...millemilioni di libri di tutte le forme e dimensioni. Saggi, romanzi, fumetti, dizionari, raccolte di poesie, aforismi, ricette o fotografie. Libri rosa, gialli, verdi o blu. Libri per imparare ad essere genitori, figli, nonni, zii, cugini, amici, vicini di casa o nemici per la pelle. Libri per rilassarsi o per stressarsi fino all'esaurimento.

Case editrici storiche e ricchissime. Case editrici storiche e sull'orlo del fallimento. Case editrici giovani e coraggiose. Case editrici giovani ed alternative. Case editrici alternative e basta. Case editrici furbe e case editrici stronze.

Disegnatori, scrittori, poeti, lettori, distributori, agenti, studenti, insegnanti, giornalisti e curiosi.

Il cantante che non ho capito di cosa parlasse. L'idolo delle ragazzine che per fortuna non ha parlato. Il giornalista feticcio di ogni manifestazione torinese. Il tastierista che una volta era un artista stimato ed ora è quello che ingravida la modella. Il duo comico della tv di cui non ricordo il nome e che non sono neanche tanto sicura che faccia ridere. La figlia onnipresente della madre che si nasconde.

In mezzo a tutta questa confusione, tra tanta varia umanità, c'era anche Lui. L'ho sentito da lontano. Lui. La sua voce mi ha guidata come il canto delle sirene. Lui. Mi sono fatta strada tra una folla oceanica fino a giungere al suo cospetto. Lui. Giacobbo.

LAmicaMeri è schiattata d'invidia.

martedì 18 maggio 2010

Adelina (quinta parte)

Lucia ed Augusto erano felici.
Lui era orgoglioso di una moglie così bella che tutti gli invidiavano.
Lei amava occuparsi di lui e della loro piccola casa.

A me mancava la nostra famiglia com'era prima, ma giorno dopo giorno mi abituai e poi, quando iniziarono ad arrivare i nipotini, scoprì che la nuova situazione poteva anche essere meglio della vecchia e che a me fare la zia piaceva tanto.
Il primo a nascere fu Sandrino, grosso come un vitello e scuro come il papà, con le guanciotte tonde da mordere e gli occhi grandi e neri come pozzi.
L'anno dopo fu la volta di Enrico il Bello, chiaro come la mamma, con i capelli sottili e i lineamenti delicati.

Mentre Augusto si occupava della poca terra che avevano e delle loro bestie, Lucia continuava a ricamare con noi. Di lavoro non ce n'era molto, che con la guerra anche i ricchi di città stringevano un po' la cinghia, ma noi riuscivamo comunque ad andare avanti con tanti sacrifici, le ossa che sporgevano, ma una nuova serenità nel cuore.
Ogni giorno mia sorella veniva a casa nostra e si portava dietro i bambini. Quelle quattro mura non erano mai state così vive.
Loro giocavano nel cortile tra le galline e il fango, mentre noi li tenevamo d'occhio dalla finestra. Quando rientravano erano sempre tutti inzaccherati. Mamma e Lucia facevano la voce grossa e li sgridavano e quei due mascalzoni, un po' per finta e un po' sul serio, si rifugiavano dietro di me. L'avevano capito subito che ero io la mollacciona del gruppo, quella che non resisteva ai loro musetti da canaglie ed alle loro vocine lamentose. "Zia Adelìììì" mi chiamavano ed io mi scioglievo come una scema. Per loro sarei andata a piedi fino al santuario della Madonna, per loro avrei sfidato un re a duello, per loro avrei fatto qualsiasi cosa.

Augusto e Lucia desideravano tanto una femminuccia e la benedizione sembrò finalmente arrivata quando Enrico aveva quasi due anni. Mia sorella scoprì di essere di nuovo in attesa ed era talmente convinta che questa volta sarebbe stata una bimba che cominciò a ricamare dei vestitini meravigliosi. Dei piccoli capolavori, così belli che le mogli di Sandro ed Enrico li conservano ancora come dei tesori.
Il tempo passava e Lucia si faceva sempre più grossa e un giorno la Pazza la fermò per strada, le guardò il pancione e le disse: "Ne aspetti due. Due femmine."
Una volta non esistevano mica le macchine che ci sono adesso, che ti dicono se tuo figlio è maschio o femmina, grande o piccolo, bello o brutto, sano o malato. Una volta era una sorpresa fino a quando il bambino non usciva fuori. La levatrice lo prendeva per i piedi, gli dava una sculacciata e poi guardava se aveva tutte le cosine al posto giusto, contava le dita e controllava pure se aveva il pisellino oppure no. Ma la Pazza per queste cose era una vera sicurezza, ci prendeva sempre, meglio di una macchina.
E così Lucia andò da Augusto con il cuore leggero e pesante al tempo stesso: "Sono due femmine. Come facciamo?"
"E che problema c'è? Ne volevamo tanti, no? San Giuseppe ci ha fatto la grazia! Dove potevano mangiare in tre, mangeranno in quattro. La guerra non durerà per sempre: stà serena Lucia, che quando ti preoccupi ti viene la faccia brutta."
Augusto non è mai stato un tipo sdolcinato, ma neanche uno che si spaventava facilmente.
Augusto era una roccia.

Il travaglio cominciò un mese dopo, al tramonto. Mia madre andò a casa di Lucia ed io tenni Sandro ed Enrico con me.
Mi ricordo tutto di quelle ore. I bambini erano molto agitati, non stavano fermi un attimo e crollarono addormentati solo a sera tarda, accoccolati vicino alla stufa come due gattini. A quel punto li presi in braccio uno alla volta e li infilai nel lettone con me.
Loro dormirono profondamente tutta la notte, ma io non chiusi occhio: ero troppo curiosa di vedere le mie nipotine nuove di zecca. Me le immaginavo belle come Lucia, con le guanciotte rosa e le ciglia lunghe, due principessine, due regine. Due bambine belle come le figlie dei Signori.

Scivolai fuori dal letto all'alba, uscì a prendere le uova ed in cortile incontrai mia madre. Aveva una faccia che non le avevo mai visto, con due occhi grandi ma vuoti. Disse solo: "I bambini, dobbiamo pensare ai bambini"
Non avevo mai visto mia madre piangere, neanche quando mio padre l'ammazzava di botte, neanche quando lo stomaco le faceva male dalla fame.
Mia madre piangeva ed io sentivo il mio cuore spezzarsi.
Lucia, la mia Lucia, se n'era andata: il signore si era preso lei e le sue due gemelline.
"I bambini, dobbiamo pensare ai bambini" ripeteva mia madre.
Io avrei voluto scappare, scappare come facevo un tempo, correre fino a quando ti sembra di scoppiare e non senti più il dolore e neanche la paura.
Ma questa volta non potevo, non ero più una bambina, non c'era più Lucia, c'ero solo io.
"I bambini, dobbiamo pensare ai bambini"

I bambini adesso erano l'unica cosa importante.

Continua...

Prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte

venerdì 14 maggio 2010

Di Radio Cole non si butta via niente. Proprio come del maiale/2

Ve lo ricordate il biglietto d'auguri per la nascita della piccola Luna? No? Questo qua. Tra i vari commenti mi colpì quello di suarakamansa che chiedeva "...e poi come va avanti?"
Da questa domanda è nato un altro post, rimasto inedito finora. Ma proprio oggi, in procinto di cancellarlo per sempre, l'ho riletto, ho buttato una polpetta avvelenata al mio Censore, ed ho deciso di pubblicarlo.

"Allora, com'è andata?"

"Com'è andata? Com'è andata??? E' stata l'esperienza più brutta della mia vita! Ma chi l'ha inventata sta' storia del parto? Non si poteva studiare una cosa più semplice?"

"Tipo?"

"Tipo che al nono mese, quando ci si sente pronti, si bussa delicatamente, da fuori ti aprono uno sportello e tu sgusci fuori. Senza traumi per te e per la mamma."

"Quante storie, non sarà poi così drammatico!"

"Sei mai nato tu?"

"Io? No, veramente no"

"Lo immaginavo. Allora taci, Angelo, che non puoi capire"

"Vabbè, ma parliamo di cose serie. Li hai incontrati? Come ti son sembrati?"

"Mica male. Lui mi ha guardata come se fossi la bimba più bella del mondo e, onestamente, nonostante io sia un gran bel bocconcino, dopo tutto quello sballottamento non dovevo avere un aspetto spettacolare. Ma lui era lo stesso in adorazione"

"Praticamente ce l'hai in pugno"

"Già. L'obiettivo 'padre schiavo della propria principessa' è già stato brillantemente centrato"

"Perfetto. E lei?"

"Lei è profumata, morbida ed anche gentile"

"Gentile?"

"Si, quando mi ha vista, invece di prendermi a parolacce per le pene che le avevo fatto soffrire, mi ha stretta dolcemente tra le braccia e mi ha dato un bacino."

"Che tenerezza. E tu che hai fatto per ricambiare?
Come hai sugellato il vostro magico primo incontro?
Quale messaggio subliminale e specialissimo hai lasciato che passasse solo tra voi due?"

"Io ero molto emozionata"

"Certo, è normale"

"E poi ero fisicamente provata"

"Lo capisco e quindi?"

"..."

"Quindi???"

"Quindi...le ho vomitato addosso. Ma poco eh!"

"Azz, proprio quello che si dice: un'entrata in grande stile!"

"La prossima volta che nasco mi devo ricordare il Travelgum."

martedì 11 maggio 2010

Adelina (quarta parte)

Il mio Augusto non è mai stato una gran bellezza.
Era piccoletto con la fronte bassa e tanti capelli duri come il fil di ferro, che per sistemarglieli ogni mattina era una battaglia. Lui si sedeva in canottiera ed io bagnavo il pettine in un catino pieno d'acqua. Gli tenevo la testa premuta contro il seno e lui un po' rideva e un po' si lamentava: "Piano Adelì, mi vuoi tirare il collo?" "Ma stai zitto tu, che stai comodo come tra due guanciali". Quello era il nostro momento della giornata e ci piaceva così tanto che andammo avanti a farlo anche quando di capelli glien'erano rimasti pochini.
Augusto era anche zoppo, perché da bambino aveva avuto quella brutta malattia, quella che ti lascia con una gamba più piccola dell'altra: la polio. Per camminare aveva bisogno del bastone, ma lavorava come e più degli altri, faceva il doppio della fatica e non chiedeva mai sconti.

Ma a quei tempi ancora non lo conoscevo e, quel giorno di settant'anni fa, quando lo incontrai non vidi un uomo per bene, ma solo un porco arrivato per mettere le zampacce su mia sorella.
Lui e mia madre rimasero a parlare per ore, facendo conti e progetti: "Soldi ce ne sono pochi, ma non dobbiamo farci ridere dietro da nessuno in paese. Basterà fare qualche sacrificio in più. Sarai bellissima Lucia mia, moriranno tutte d’invidia!"
Io non ci capivo niente, mi sembrava di stare facendo un brutto sogno, uno di quelli che ti ci vuole un pizzico bello forte per svegliarti.
Quando finalmente ci trovammo da sole, sdraiate tutte e tre nel lettone che dividevamo, feci la domanda che mi tenevo dentro da ore: "Perché Lucia deve sposare quello storpio schifoso?"
Non ebbi neanche il tempo di vederlo arrivare, ma sentì solo lo spostamento d’aria: mia madre mi mollò un ceffone, che a ripensarci adesso ancora mi fa male. "Guai a te se lo dici un’altra volta. Tu sei solo una ragazzina, che ne vuoi sapere? Questo matrimonio è una benedizione."
Io piansi in silenzio, al buio, per il dolore e l'umiliazione.
Lucia, accanto a me, attese che il respiro di nostra madre si facesse regolare, poi mi abbracciò stretta stretta e mi sussurrò all’orecchio: "Augusto è un bravo ragazzo"
"E' brutto come il peccato e con quel piede storto sembra un demonio arrivato dall'inferno"
"Esagerata, non è così male. E poi io sono senza dote: è una vera fortuna che almeno lui mi voglia"
"Ma che bisogno c'è di sposarsi?"
"Io voglio una famiglia"
"Io e mamma siamo la tua famiglia"
"Voglio dei figli"
A questo non avevo niente di buono da rispondere e così continuai a piangere.
Piangevo perché il mio mondo veniva stravolto.
Piangevo perché Lucia se ne andava e ci lasciava sole.
E, anche se non l'avrei mai ammesso neanche al diavolo in persona, piangevo perché io sarei rimasta intrappolata in quella vita mentre lei andava avanti.

Lucia ed Augusto si sposarono il 24 aprile del 1938.

Continua...

Prima parte, seconda parte, terza parte

venerdì 7 maggio 2010

Che senso ha frequentare la blogosfera?

Ad esempio ci si può imbattere in persone come lei.

Black Cat è tornata. Correte a leggerla, ne vale la pena.

The A letter

mercoledì 5 maggio 2010

Adelina (terza parte)

Con la morte di quellubriaconedetopa', come lo chiamava mia madre, le cose per noi cambiarono. Eravamo finalmente libere da quella croce ma spaventate per il futuro. A quei tempi avere un uomo in casa, anche se pigro, violento e cattivo, era comunque una gran bella comodità. I creditori erano pazienti con un colosso di 130 kg, i truffatori stavano alla larga dagli ubriaconi maneschi ed i porci non allungavano le loro zampacce sulle ragazze con un padre che le poteva difendere. Per fortuna mia madre sapeva benissimo come andava il mondo, era una gran lavoratrice, aveva il cervello fino e non si faceva né spaventare né truffare.
Noi ci mantenevamo grazie al ricamo. Lavoravamo tutte e tre, tutti i giorni, tutto il giorno per preparare tovaglie, lenzuola e tende per le case delle signore di città. Quella vecchia disonesta della Barbagallo, che a ricamare non era mai stata buona ma a far di conto si, faceva da tramite per tutte le ricamatrici del paese. Lavorava poco e si teneva una commissione altissima, che a ripensarci ancora adesso mi prudono le mani dal nervoso.

La mamma parlava sempre "pane al pane e vino al vino" ed un giorno dritta come un fuso, come un generale di fronte ai soldati, ci disse: "Figlie mie, siamo povere e lo resteremo per sempre. Le ragazze senza dote non si sposano. Un uomo che vorrà convincervi del contrario è un mascalzone e dovrete stargli alla larga." Io ero piccola e all'amore neanche ci pensavo, ma per Lucia che sognava una famiglia con tanti bambini fu un bel rospo da mandare giù, povera anima.
Intanto il tempo passava e mia sorella era ogni giorno più bella, col viso dolce e sereno di una Madonna. Mentre tutti gli uomini del paese la guardavano come se fosse un bel polletto arrosto, di quelli con le cosce tenere e la pelle croccantina.
Anch'io mi stavo faticosamente sgrezzando ma si capiva che bella come Lucia non ci sarei mai diventata. Per mia madre era una benedizione, "Che già così ne ho abbastanza di pensieri" diceva.
Ormai, dopo quasi quattro anni, avevamo raggiunto una stabilità: lavoravamo sodo, riuscivamo a mantenerci ed in paese ci rispettavano. Io credevo che le cose non sarebbero mai cambiate, che saremmo sempre rimaste solo noi tre, ed ero contenta così.
Ma un giorno, tornando a casa da una commissione, mi venne incontro sulla porta mia madre che, felice come non l'avevo mai vista, mi tirò dentro ed esclamò: "Che aspetti? Saluta il tuo futuro cognato"
In mezzo alla stanza c'erano due sedie, su una stava Lucia con gli occhi bassi ed un sorriso timido, e sull'altra un uomo dall'aria goffa ed impacciata. Lo riconobbi subito: era uno dei dieci fratelli Parise, quello che era stato malato da piccolo, quello con il piede destro piegato verso l'interno, quello zoppo.
Era Augusto.

Continua...

Prima parte, seconda parte
 

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