mercoledì 30 dicembre 2009

Erasmus (15. Casa dolce casa)

"Sarai l'ultima tra di noi a trovare casa, ma vedrai che sarai quella a trovare il posto migliore"
Con queste profetiche parole Eli si congedò.

Io rimasi da sola a leggere l'annuncio. Rispondeva ad ogni mio desiderio: giusto il quartiere, perfetto il periodo, onesto l'affitto.
Questa era la mia ultima occasione.
Da un lato avevo la nanetta odiosa; dall'altro il gattaro-serial killer; di fronte, splendente, una perfetta via d'uscita.

Il giorno dopo mi recai all'appuntamento.
Il palazzo era il classico vecchio edificio della Berlino est: scrostato e trascurato, ma deliziosamente bohemienne.
Venni accolta da Anja, la proprietaria tedesca e Marije, la coinquilina olandese.
La prima a gennaio sarebbe partita per trascorrere qualche mese in un'università brasiliana e voleva affittare la sua stanza dal primo di gennaio al 15 aprile. Mentre parlava del Sud America nei suoi occhi non si leggeva tanto l'entusiasmo accademico, quanto quello per le lunghe spiagge bianche e soprattutto per gli scultorei ragazzi carioca strizzati in micro costumini.
La seconda era una studentessa erasmus, olandese di nascita, svizzera d'adozione ed australiana da parte paterna. Carina e simpatica, per mettermi a mio agio dichiarò di saper parlare un po' d'italiano. In realtà risultò subito chiaro che sapesse dire solo quattro parole in croce, ma io apprezzai comunque l'impegno.

L'appartamento era fantastico, la camera meravigliosa, Anja gentile, Marije uno zuccherino.
Era decisamente tutto troppo bello per essere vero.
Le probabilità che una tale fortuna potesse capitare a me erano scarsissime.
"In quanti hanno già visto l'appartamento?", leggasi "Che posto occupo in graduatoria? Sono almeno nella top 100?"
"Nessuno, sei la prima. Abbiamo appena messo l'annuncio."
"Io avrei un po' di fretta. Quanto ci vorrà per sapere qualcosa?", leggasi "Ditemi subito che preferireste essere morse da un coguaro piuttosto che affittare la stanza a me e togliamoci il pensiero!"
"Se vuoi te lo diciamo subito: per noi vai bene tu."
"Danke", leggasi "Alleluia, Alleluia, Alleeee-luia"

Marije ed io avremmo diviso per tre mesi e mezzo un appartamento da sogno in Marienburgerstrasse a Prenzlauerberg.

Eli, la profetessa romana, aveva avuto ragione.

Continua...

Prologo, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14

martedì 15 dicembre 2009

Erasmus (14. Cercasi casa disperatamente)

Scontenta per la posizione periferica dello studentato, a Novembre compilai il modulo di rinuncia alla mia camera. Dal momento della consegna avrei avuto un mese a disposizione prima di dover andarmene.
30 giorni per trovare l'appartamento dei miei sogni, 30 giorni per cercare un nuovo posto dove stare, 30 giorni per non finire a dormire sotto un ponte.
30 giorni possono essere tanti o pochissimi.
Carica di ottimismo, ma anche di una certa ansia, mi imbarcai nella ricerca della mia nuova casa.

Lo scopo era quello di trovare una stanza in una WG (alloggio diviso tra più adulti, studenti o meno), in un bel quartiere e ad un prezzo ragionevole.
La concorrenza era agguerrita, le offerte (decenti) inferiori alle domande, l'impresa ardua.
Fatica, frustrazione e scoramento sarebbero stati i miei fedeli compagni per alcune intense settimane.

Ogni sabato mattina mi recavo in edicola a comprare i giornali specializzati, spulciavo tutti gli annunci, selezionavo le proposte più interessanti e poi telefonavo per prendere appuntamento. Il momento topico della conversazione era sempre lo stesso:
"Wie ist die Adresse?"

"Sbaragnaustrasse"

"Eh???"

"Superkazzolenstrasse"

"Wasssssss?"
Erano pochissime le volte in cui capivo l'indirizzo al volo, spesso dovevo chiedere lo spelling ed in alcuni imbarazzanti e penosi casi neanche ciò era sufficiente. Allora mi armavo di stradario e pazienza e, andando per tentativi ed assonanze, alla fine risolvevo il mistero e risalivo al nome esatto della via. Un' acuta detective? No, semplicemente una ragazza disperata e caparbia.

Nel giro di un paio di settimane vidi molti appartamenti.
Quelli migliori venivano presi d'assalto da orde di giovani. Ci ritrovavamo in fila, come all'ufficio di collocamento o ad un provino per il Grande Fratello. Non eravamo noi a "giudicare" la casa, ma i futuri coinquilini a decidere se noi eravamo all'altezza del giaciglio offertoci.
Quelli peggiori erano ovviamente molto meno ambiti. Del resto non c'è da stupirsi che non ci fosse la fila per accaparrarsi un sottoscala caro quanto un attico, per godere la gioia di un' ottantenne come coinquilina, o per provare le brezza di vivere tra simpatici spacciatori ed amichevoli Naziskin.

Alla fine, dopo settimane di appuntamenti e molte delusioni, le opzioni vagamente accettabili rimaste a mia disposizione erano solo due. Potevo scegliere se vivere con "Rosemary' s Baby" o lo "Psycho Brother".

Il primo alloggio si trovava nel mio quartiere preferito: Prenzlauerberg (ora entrato a far parte del distretto di Pankow). Vitale polo di attrazione per artisti e giovani provenienti da tutto il mondo, pieno di Caffè, negozi colorati e ristorantini etnici.
Guardai le strade ed i palazzi limitrofi con commozione, iniziai a salire le scale con una rinnovata speranza, bussai alla porta con il cuore gonfio d'attesa. Dopo un secondo l'uscio si aprì, io sfoderai il migliore dei miei sorrisi, ma davanti a me non trovai il tipico fricchettone berlinese o l'ennesimo studente Erasmus, bensì una bambina.
Una bimba con il viso imbronciato e lo sguardo rabbioso.
I miei futuri coinquilini sarebbero dovuti essere un padre single, giovane e belloccio, e la di lui figlioletta, con l'aria dolce e rassicurante della protagonista de L'Esorcista.
Mentre il papà mi mostrava l'appartamento, l'adorabile frugoletto mi lanciava sguardi carichi d'odio.
Mentre sedevamo tutti intorno ad un tavolo, l'angioletto tentava di prendermi a calci.
Mentre parlavamo di affitti e spese, la fetente lillipuziana precisava che: "Io questa in casa non ce la voglio!"
La camera da affittare era enorme e bella, l'alloggio fantastico, il quartiere il meglio che io potessi desiderare, ma l'idea di convivere con la bimba posseduta dallo dimonio mi frenava assai.

Me ne andai con un vago "Mi faccio sentire io" ed affranta arrancai verso la mia ultima destinazione: l'appartamento dello Psycho Brother.
Il quartiere era periferico, quasi quanto quello dello studentato, e l'edificio un casermone in pieno stile sovietico. Una tristezza infinita.
Ad aspettarmi trovai un ragazzo alto e smilzo, proprietario dell'immobile; una ragazza coreana, che si era appena aggiudicata l'ultimo posto decente disponibile, lasciando a mia disposizone uno sgabuzzino con lucernaio; tre gatti piscioni e lo Psycho Brother, fratello del proprietario, chiuso a doppia mandata nella propria stanza perché "preferisce stare per i fatti propri" , "non ama gli estranei" ed "è un po' strano, ma tranquillo".

La casa era carina, ma la brutta posizione, le dimensioni della mia camera e soprattutto la presenza dello strano figuro di cui sopra, mi facevano intravedere terribili quadri futuri. Che andavano dall'obbligo di dividere il mio misero giaciglio con i tre gatti piscioni fino al mio accoltellamento sotto la doccia ad opera dello Psycho Brother.



La mia calda ed accogliente stanzetta a Schlachtensee non mi era mai parsa così bella e sicura.

Tornai a casa terribilmente scoraggiata e, mentre affogavo i dispiaceri in un thè alla cannella, qualcuno bussò alla mia porta:
"Ciao Jane"
"Ciao amichetta Eli"
"Com'è andata la ricerca?"
"Un disastro"
"Non ti preoccupare, ho trovato questo numero sulla bacheca di Fisica. E' l'appartamento perfetto per te!"

Continua...

Prologo, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13

lunedì 7 dicembre 2009

Tata Lucia mi fa un baffo!

La sera che lo conobbi fu un vero e proprio colpo di fulmine.
Io rimasi affascinata dai soffici capelli biondi, dai grandi occhi azzurri e dal sorriso magnetico.
Anche lui vide qualcosa di speciale in me, non so se fu la chioma selvaggia, le morbide curve da femmina mediterranea o l'aria dolce e remissiva.
Agli iniziali sguardi carichi di sottintesi, seguirono ben presto i fatti. Lui, passionale ed irruento, mi strinse tra le sue forti braccia fino a togliermi il respiro, mi leccò voluttuosamente la faccia e mi atterrò sul divano fra grasse e soddisfatte risate.
Quando ormai pensavo che non sarei sopravvissuta a tanto entusiasmo, dalla televisione giunse la più celestiale delle melodie: "E' l'ora dei Teletubbies! E' l'ora dei Teletubbies!"
Il piccolo pannolinato iperattivo, mollata la preda, si accucciò in mistica contemplazione di fronte all'apparecchio televisivo ed io, strisciando via dalla stanza, riuscì a mettermi in salvo.

Quella sera un quesito prese forma nella mia riccia testolina: "Cos’hanno i Teletubbies che io non ho?"
Di fronte a questi pupazzoni colorati un duenne, dotato dell'accelerazione di una pallina da flipper e dell'energia di un reattore nucleare, si chetava immediatamente, ma lo stesso soggetto, al cospetto della mia sola anonima presenza, sembrava sotto l'effetto di una flebo di caffeina. Perché?
I Teletubbies divennero i miei nuovi idoli, i miei nuovi punti di riferimento, i miei nuovi guru.
La mia decisione era presa: li avrei studiati, li avrei amati, li avrei compresi ed infine sarei diventata una di loro!

Dopo un lungo ed estenuante lavoro sull'argomento, consistito nella visione di numero UN episodio (i 25 minuti più lunghi della mia vita), ho estrapolato le caratteristiche principali dei quattro colorati imbecilli.

1) Un enorme culone.
E su questo aspetto, non per vantarmi, ma sono già un bel pezzo avanti. Del resto essere vergognosamente ingrassata avrà pure i suoi vantaggi. Se non bastasse il morbido posteriore, sono dotata anche di notevoli maniglie dell'amore e di un orgoglioso davanzale. E scusate se è poco!

2) Un'antenna sulla capoccia.
Ne basta una? Principianti! La mattina, prima di pettinarmi, non ho solo un'antenna, ma anche un paio di parabole sul testone.


3) Un pessimo gusto per gli accessori.
Questo mi costa più fatica ma, se è per la causa, lo farò. Tirerò fuori quella borsetta verde con le paillettes che mi fu regalata 3 anni fa. Quella non è brutta, è proprio inguardabile.




4) Una lentezza esasperante. 
 Perfetto! Io di secondo nome in realtà non faccio Pancrazia ma Bradipo.

5) Un entusiasmo infantile, eccessivo, quasi patologico per qualsiasi stupidaggine.  
 Infantile? Eccessivo? Patologico? E che problema c'è? Ce l'ho. Ce l'ho. Ce l'ho.

La prossima volta che io ed il piccolo Attila ci incontreremo non mi farò più cogliere impreparata. Mi basteranno un pigiamone rosa, l'oscena borsa a tracolla ed i capelli più spettinati del solito per sedare il pargolo.

Almeno spero.

giovedì 3 dicembre 2009

SuperEgo-Jane

Può capitare che ti arrivi un'email da uno sconosciuto.

Può capitare che tale sconosciuto ti chieda il permesso di utilizzare un tuo post in un suo libro.

Può capitare che tu creda che il suddetto sconosciuto sia un pazzo mitomane, ed invece poi ti renda conto che è proprio uno scrittore. Uno scrittore vero, che scrive libri veri, con lettori veri.

Può capitare che ti ritrovi in libreria, con un libro nuovo tra le mani, a leggere incredula le tue parole, il tuo nome e l'indirizzo del tuo blog.

Può capitare che il tuo ego cresca a dismisura.

Può capitare. Ed è una gran goduria.

Il libro è: "101 modi per combattere il tuo nemico acquisito: tua suocera" di Francesco Cagno, Newton Compton Editori.

E quando mi ricapita?
 

Blogger news

Blogroll

About