venerdì 17 febbraio 2017

Accadde al Residence, quarta parte

Alida andò a sbattere contro un muro, un muro morbido ed urlante. "Un astronauta" penso' un attimo prima di cadere a terra e sbattere la testa. Pochi secondi dopo si ritrovò sdraiata in mezzo al corridoio. Sopra di lei, ad osservarla, due paia d'occhi.
"Cazzo che botta!" disse Alex. "Stai bene?" le chiese Ivan.

L'accompagnarono amorevolmente alla reception, la fecero accomodare su un divanetto in ecopelle color cagotto colerico, e le offrirono un bicchiere d'acqua.
"Scusami, non ti ho vista arrivare, andavo un po' di corsa" si giustificò Ivan.
"Non importa, è stata colpa mia. È sempre colpa mia" si sminuì Alida. E cominciò a piangere. Per cinque minuti. 300 secondi di lacrime da una parte e silente imbarazzo dall'altra.

"Forse è il caso che ti portiamo al pronto soccorso" azzardò Alex.
"No, non preoccupatevi, vado a casa"
"Ma hai preso una bella botta e sei sconvolta"
"No, davvero, non è colpa della botta, ma di quello stronzo!"
"Rossi?"
"Già"
"Avete una storia?"
"Ma che storia e storia? Avevo un colloquio di lavoro!"
I due la guardarono, aprirono la bocca, ma poi scelsero di tacere.
"Sì, lo so cosa state pensando. Un colloquio in un residence..." 
"No" "Ma figurati" "Cioè" "È normale"
"No che non è normale! Non è normale, e io sono una cogliona! Ho bisogno di lavorare e speravo bastasse un sorriso e una minigonna. Non che la cosa sarebbe stata meno avvilente, ma le bollette non si pagano con la dignità! Quello invece mi ha messo le mani addosso. E ha fatto bene! Avrà pensato fossi una puttana, perché solo una puttana può trovarsi in una situazione così. Ma neanche quello sono riuscita a fare!" e giù di nuovo lacrime.

Ci vollero altri cinque minuti perché si ricomponesse. Smise di piangere, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca, si soffiò rumorosamente il naso, "Ora è meglio che vada" disse alzandosi dal divano.
"Ma no, dai, rimani ancora un po', lo vuoi un caffè?" le propose Alex.
Quindi, bevendo l'intruglio della macchinetta, Alida comincio' a raccontarsi. Aveva così tanto bisogno di sfogarsi che parlò a lungo e di tutto, anche della propria famiglia. "Il fratello minore di mio padre ha lavorato per anni al circo. Faceva l'addestratore di serpenti. Non che li sapesse davvero addestrare. Nessuno ne è capace. Ma ne sapeva prevedere le reazioni. I suoi spettacoli erano fantastici. Quelle bestie danzavano tra le sue mani"
"Parli sul serio?"
"Sì"
"Serpenti?"
"Sì"
"Serpenti? Serpenti?"
"Sì, cosa c'è che no va?"
"Nulla, continua pure"
"Comunque la passione di mio zio era talmente grande da essere contagiosa.  Da ragazzina ho lavorato per tre estati di fila in un rettilario. Facevo tante cose, ero così promettente all'epoca. Ho studiato biologia, ma nel mio paese non c'erano prospettive, e mi sono trasferita in Italia con la speranza di convertire la laurea e prendermi un bel Master in erpetologia. Ma i soldi non bastavano ed è andato tutto a rotoli. Non so come, non so quando, ma improvvisamente non ho avuto più prospettive! Davanti a me non c'era più un futuro radioso, e neanche un futuro nuvoloso, ma solo un muro, grigio, di cemento armato e altissimo. È terribile non vedere più una strada davanti a sé, si finisce in un posto così"
"Già" confermò Ivan, "si finisce intrappolati in un posto così"

Continua...


lunedì 13 febbraio 2017

Accadde al Residence, terza parte


Il giovane cineasta prese il passe-partout e si recò verso la stanza di Luca Bertoli. Arrivato davanti alla porta fece un bel respiro e... 
"Vado prima io" sentì alle sue spalle, "se ti dovesse succedere qualcosa sarebbe un gran casino, non lavori neanche qui!" 
Alex si girò e vide Ivan. Indossava una strana armatura fai-da-te. Aveva razziato tutti i cuscini dal magazzino, e se li era legati attorno al corpo con del nastro isolante. Poi, a concludere l'opera, si era messo in testa il casco della moto. 
"Fico! Sembri un incrocio tra RoboCop e Marshmallow Man" 
Ivan, così bardato, entrò per primo. Alex dietro di lui. L'uno terrorizzato. L'altro eccitato. Timidamente prima, ma sempre più spavaldamente dopo, esaminarono a fondo la stanza. Partendo da un'occhiata sommaria, finirono col guardare persino dentro l'armadio e sotto il letto. Ad ogni secondo che la ricerca progrediva infruttosa e sicura, il loro ego lievitava sfacciato. Si sentivano due coraggiosi esploratori. Esploratori di moquette selvagge e abat jour amazzoniche. 
"Hai visto? Era solo uno scherzo cretino!" esclamò Ivan, esibendo un sorriso soddisfatto. Che qualcuno avrebbe visto, se non fosse stato celato dal casco ancora saldamente calato in testa. 
"Forse, ma manca ancora il bagno" gli fece notare Alex. E, per le ragioni di cui sopra, nessuno vide il sorriso di Ivan che tornava ad essere una smorfia di paura. 
Fecero scivolare lentamente la porta a scrigno, allungarono i colli per affacciarsi guardinghi e, finalmente, lo videro. Era lì, raggomitolato sotto il lavandino. Affascinante a modo suo. Ivan e Alex trattennero il respiro per un attimo. Poi, quando il pitone cominciò a srotolarsi e scivolare lungo il pavimento, tirarono fuori in una sola volta tutto il fiato che avevano nei polmoni e scapparono urlando come due aquile impazzite. 
Gino, da parte sua, sospirò di solitudine e riprese posto sotto il lavabo. 

"Buongiorno, la stavo aspettando, prego si accomodi" le fu risposto dal sorriso untuoso e Alida entrò. La stanza era minuscola e al centro troneggiava un letto. Lei si sentì subito a disagio e pensò di girare i tacchi, quando il dottor Rossi le indicò una piccola scrivania sotto la finestra. 
"Mettiamoci al tavolo così mi racconta delle precedenti esperienze lavorative", le disse gentile. E lei raccontò. Raccontò dell'inutile laurea, del call center, del negozio. Raccontò con la coda dell'occhio sempre fissa al letto. 
"Bene, è evidente che è una donna in grado di darsi da fare. Bene. Molto bene.  Ma la vedo un po' tesa, perché mai?" 
"Beh..." 
E lui intercettò lo sguardo di sbieco rivolto all'ingombrante talamo. 
"Oh no, ma cielo, cosa avrà mai pensato? Non crederà che io? Siamo qua perché mi sono appena trasferito in città e non amo parlare di lavoro in mezzo alla confusione, in un bar, per esempio, ma se ciò la fa sentire più a suo agio" disse alzandosi. 
"Ma no, ma no, ci mancherebbe" si allarmò Alida, temendo di averlo offeso e che la sua insicurezza le stesse facendo perdere la prima buona occasione lavorativa dopo anni. 
"Bene" si sentì rassicurato lui. 
E lei riprese a snocciolare conoscenze ed esperienze lavorative precedenti. 
Continuò fino a quando non le sentì. All'inizio furono un impressione, un sospiro. Poi un brivido, un sospetto. Infine una spiacevole certezza. Le dita della mano sinistra del dottore stavano risalendo la gamba destra di Alida. Dal polpaccio verso il ginocchio. 
Lo stupore, si trasformò in repulsione. Il sorriso di lui tornò ad essere della sua specifica viscidezza. La repulsione si abbandonò alla vergogna. Le labbra di lui vennero umettate dalla sua stessa puntuta violacea lingua. 
La vergogna si mischio' alla rabbia, Alida di alzò di scatto, rovesciò la sedia e scappò in corridoio. La bocca di lui prese la perfetta forma circolare dello stupore. 

"Stupida stupida stupida" si biasimò, piangendo e correndo, fino a quando non venne interrotta. Da un muro. 


venerdì 10 febbraio 2017

Accadde al Residence, seconda parte


"Un pitone. Il suo pitone. Ah, ma non ci dobbiamo mica preoccupare, è un cucciolo"
"Oh cazzo!"
"Sta tranquillo, sarà solo uno scherzo cretino!"
"Dici? A me quel Bertoli lì non è mai sembrato un gran mattacchione. Un tipo strano sì, ma un burlone no. C’hai presente? Sempre sulle sue, pallido come un morto, e con quell’abbigliamento da chierichetto. Una specie di Norman Bates friulano. Ecco, da un tipo così, ci si può aspettare di tutto"

I due trascorsero i minuti successivi ad arrovellarsi circa la questione.
Ivan era convinto fosse uno scherzo, o meglio preferiva non prendere minimamente in considerazione l'idea che nel residence ci potesse essere davvero un pitone. Questa era la modalità standard con cui affrontava tutti i problemi: la negazione. Aveva paura di rimanere senza soldi? Smetteva di guardare l'estratto conto. Sospettava che la fidanzata avesse un amante? Avvertiva con largo anticipo prima di tornare a casa. Temeva di essere bocciato a un esame? Il giorno dell'appello non si presentava, non rispondeva al telefono e, in casi estremi, si fingeva morto. Del resto questo approccio alla vita gli aveva sempre dato grandi soddisfazioni, perché cambiarlo? Il suo conto era in rosso, la fidanzata era scappata col suo migliore amico, e la laurea appariva un miraggio lontano.
Alex, d'altra parte, intravedeva finalmente la grande occasione che stava aspettando da tempo. E l'eccitazione inebriava i suoi sensi fino a renderlo coraggioso o incosciente, come mai prima di allora. "Dobbiamo andare a controllare" disse.
"Assolutamente no!"
"E perché no? Hai paura?"
Il giovane cineasta ce la stava mettendo proprio tutta per provocare e costringere all'azione Ivan, quando una voce sottile richiamò l'attenzione di entrambi.


"Buongiorno" disse loro una giovane donna dai lunghi capelli castani e gli occhi severi.
"Buongiorno" rispose Ivan cercando di darsi un contegno.
"Avrei appuntamento con il dottor Rossi"
"Ah, sì, certo, la sta aspettando. Primo piano, stanza 4"
"Grazie"
 E la videro allontanarsi a passi spediti e spalle rigide.


Una volta raggiunte le scale, Alida rallentò,  affrontando ogni scalino con fatica. Le ginocchia sembravano non volersi piegare. Sapeva che sarebbe stato difficile, ma sperava non così tanto. Da quando il negozio di scarpe aveva chiuso, lei non era più riuscita a trovare un lavoro decente. E da due anni arrancava tra mille occupazioni senza futuro. Quella mattina, però, finalmente sembrava essersi aperto uno spiraglio. Una sua ex collega le aveva procurato il contatto di un tizio che aveva bisogno di un'assistente. "Giovane, bella presenza e tanta voglia di lavorare", queste le richieste. "Basta che fai la carina con lui ed il posto sarà tuo", queste le indicazioni. Alida non aveva ribattuto, per non far la parte dell'ingrata. Ma poi, da sola a casa, si era rigirata a lungo quel biglietto da visita tra le mani. "Fare la carina? Ma quanto carina?" si era chiesta, temendo la risposta. Partita dal rifiuto categorico, era passata al dubbio probabilistico, per  raggiungere mestamente l'inevitabile compromesso. Si era raccontata rassicuranti menzogne e, infine, aveva composto il numero del dottor Mario Rossi. Lui l'aveva invitata ad un colloquio per il pomeriggio stesso, tanto era ansioso d'incontrarla e di darle questa grande opportunità.

Arrivata davanti alla porta numero 4, Alida fece un profondo respiro. Poi bussò.
"Buongiorno, la stavo aspettando, si accomodi", le fu risposto un attimo dopo dal solito sorriso untuoso in giacca e cravatta.

Alla reception, intanto, Alex e Ivan continuavano a discutere su quale fosse la giusta strategia da applicare. La negazione o l'azione?
"Vuoi davvero che un pitone gironzoli indisturbato per il residence?"
"Qua non c'è nessun pitone!"
"Ne sei sicuro?"
"Qua non c'è nessun pitone!"
"Dovremmo andare a controllare"
"Qua non c'è nessun pitone!"
"Ok, vado io"



mercoledì 8 febbraio 2017

Accadde al Residence


"Frena!" urlò l'appuntato Cazzaniga. 
E la volante inchiodo' poco prima dell'incrocio. 

Dodici ore prima, dal poco distante Residence San Paolo, era uscito Luca Bertoli, rappresentante e commesso viaggiatore di Udine. Era a Torino per lavoro e pensava che ci sarebbe rimasto per un bel po' ma, un'improvvisa emergenza alla sede principale della ditta, l'aveva costretto a ripartire quella mattina in tutta fretta. Così tanta da non avere neanche il tempo di portare ogni cosa con sé. 
"Dovrò scrivere alla direzione ed avvertirli, non vorrei che spaventassero Gino"  pensava sull'auto con cui stava andando in stazione. 

Ivan vide la Smart a noleggio allontanarsi dall'ingresso, proprio nel momento in cui stava per cominciare il turno. Tutto sommato non gli dispiaceva il suo lavoro, gli dava il tempo di pensare. Pensare a cosa fare della propria esistenza. A 31 anni bivaccava ancora all'università, teneva sulla scrivania libri che non apriva mai, e guardava gli altri vivere. 
Salutò il collega che aveva fatto la notte, si sfilò il piumino, prese posto dietro il bancone della reception, e cominciò quella che prometteva essere una giornata come tutte le altre. 

Un'ora dopo fu Alex a varcare la soglia del San Paolo. 
"Ohi" disse. 
"Ohi" rispose Ivan. 
"Come va? Successo qualcosa d'interessante?" 
"Qua non succede mai niente, dovresti arrenderti" 
"Mai! Sono sicuro che proprio tra queste mura troverò la trama perfetta per il mio film!" disse con voce ferma e incrollabile certezza Alex. Aveva ventidue anni e frequentava il residence ogni mattina da almeno sei mesi. Era mosso dalla convinzione che per il diploma alla scuola di cinema avesse bisogno di una grande idea. Idea che sicuramente avrebbe trovato tra le storie che s'intrecciavano in quelle stanze, su quella moquette, lungo quei corridoi. 

La mattinata passò monotona e priva di eventi, e il pomeriggio sembrava destinato a seguire lo stesso destino. "Qua è un mortorio" sbadiglio' Ivan. Quando arrivò il primo cliente della giornata. Era un uomo di media altezza, con un cappotto a quadrettoni, un discutibile completo color beige anni settanta, e un parrucchino che sembrava pronto per mettersi a miagolare da un momento all'altro. 
"Buongiorno" disse, appoggiando la sua 24 ore per terra. 
"Buongiorno" 
"Avrei bisogno di una stanza libera per tutto il giorno. Anzi, no, facciamo anche la notte. Una stanza con un bel letto matrimoniale" chiese con un sorriso tanto umidiccio e ambiguo da ridefinire in un secondo il concetto di 'viscido'. 
"Certo, abbiamo la stanza 4 al primo piano, se mi lascia i documenti la registro, lei intanto può già andare su" disse Ivan porgendogli le chiavi. 
Il cliente fece per andare, ma poi ebbe un ripensamento e tornò sui suoi passi: "Senta," disse, "tra un'ora dovrebbe venirmi a trovare una ragazza. Mi raccomando me la mandi su subito" concluse, strizzando un occhio e riproponendo l’inquietante sorriso. 

"Ecco, quello ha sicuramente una storia da raccontare" commentò Alex, appena il cliente se ne fu andato. 
"Mario Rossi" lesse Ivan, "Beh, il nome non è molto interessante" 
"Ma i capelli sì!" 
"Ah certo, su quelli ci potresti girare una trilogia!" 

Dlin. Un segnale acustico annunciò l'arrivo di un'email. Ivan, con la sua solita flemma, cliccò  sull'icona a forma di busta e lesse. 
E rilesse. 
E lesse ancora. 
"Che scherzo cretino!" sbotto' alla fine.
Luca Bertoli, come si era ripromesso, aveva scritto alla direzione del residence per avvertire che, nei due giorni in cui sarebbe stato assente, la sua stanza sarebbe stata comunque occupata. 
"E chi è sto Gino?" chiese Alex spiando lo schermo.

venerdì 27 gennaio 2017

Spazi Inclusi

Sono tornata, perché questa è casa mia e proprio non riesco a rinunciarci.
Sono tornata, perché tutte le volte che qualcuno mi chiede "Ma sul blog non ci scrivi più?" mi piange il cuore.
Sono tornata, perché è tra queste pagine che ho cominciato a raccontare le mie storie e, ora che c'è una nuova, è qui che le devo dare spazio.

Da pochi mesi esiste una rivista online, si chiama Vingt-Deux Pensées, e da ieri è disponibile il suo quinto numero. Dentro troverete molto da leggere e da vedere. Tra tante parole e idee, c'è anche un mio piccolo racconto, dannatamente autobiografico.

Era parecchio che non scrivevo solo per il piacere di farlo, mi è stato chiesto di mettermi in gioco, l'ho fatto e ciò ha liberato un'energia e una voglia di scrivere scrivere scrivere, come non mi capitava da anni. Che bello! Comunque vada, qualsiasi cosa venga da questo nuovo sentimento, che bello! Racconti belli, racconti brutti, storie inutili o no, chi se ne frega? Che bello!

Pre scaricare la rivista, cliccate qui.

mercoledì 28 settembre 2016

Lettera al NON timido

Caro estroverso,
ti dispiacerebbe raccontarmi un po' com'è la tua vita?
Perché, insomma, io non riesco neanche ad immaginarmi l'esistenza di un NON timido.

Caro estroverso ti ricordi quand'eri piccino?
Ti ricordi di quella bimba riccia che al parco se ne stava in disparte, fino a quando ti avvicinavi tu per chiederle "Come ti chiami?"
Te la ricordi?
Ecco, io non ero quella riccia lì.
Ma ti ricordi di quella magrina vergognosa? Quella con la mamma che le gestiva le pubbliche relazioni e ti chiedeva al posto suo "fai giocare anche lei?"
Te la ricordi?
Ecco, io non ero nemmeno quella.
Io ero quella magrina e riccia che aspettava in fila all'altalena facendosi passare avanti da chiunque, quella che non andava sul girello altrimenti vomitava, quella che si faceva tutt'uno col grosso cespuglio di ortensie all'angolo.
Ecco, non ti ricordi di me, vero?
Non ti crucciare, non è mica colpa tua.
Non eri tu ad essere un bambino privo di sentimento, ero io ad aver precocemente sviluppato il dono dell'invisibilità. Un superpotere. Deleterio alla distanza ma efficace nella quotidiana sopravvivenza.

Caro estroverso,
e ti ricordi qualche anno dopo?
Ti ricordi di quella ragazzina che stava sempre sulle sue ma poi, quasi per caso, ti capitava di conoscerla e di scoprirla divertente, spiritosa e, a  tratti, persino chiacchierona.
E tu allora pensavi fosse carino dirle "all'inizio mi stavi un casino sulle palle, mi sembrava te la tirassi, ma ora che ti conosco, lo sai che sei proprio simpatica?"
E magari pensavi pure di essere gentile a dirmi una roba così, ti pareva persino di farmi un prezioso complimento. Ma no, non era un complimento, o almeno io non lo vivevo come tale. Ed anche alla distanza, a ripensarci, continua a sembrarmi solo uno sfoggio di superficiale boria. Tanto magnanimo quanto non richiesto giudizio assolutorio, che mi faceva solo scattare la carogna e desiderare di urlarti in faccia "tu, invece, fino a questo momento mi eri abbastanza indifferente ma adesso no, adesso, mi stai proprio sui coglioni!"

Caro estroverso,
come si vive nella tua pelle?
Sei corazzato contro tutto e tutti oppure anche tu ogni tanto te la fai sotto?
Io so com'è la mia vita, com'è la mia pelle, conosco le mie battaglie, tutte, soprattutto quelle perse.
So che pure adesso, a 39 anni suonati, a una lezione di Lindy hop con 50 sconosciuti c'ho un'ansia che mi si divora, e mi sento la protagonista sfigata di un brutto film adolescenziale americano.
Uno di quelli dove io sono la tizia coi brufoli e l'apparecchio, e tutti gli altri sono giocatori di football e cheerleader.
E no, io i brufoli non li ho neanche mai avuti e l'apparecchio non l'ho mai portato, ma certe immagini sono simboliche, estroverso, simboliche, essù sforzati un po'!

Caro estroverso,
scusami,
non volevo essere antipatica,
è che riscoprire certi sopiti ma mai dimenticati sentimenti è un dolore piccolino ma profondo, una puntura di spillo che pare una stilettata.

Caro estroverso,
vorrei proprio sapere, sapere come ci si trova ad essere te.
Me lo potresti spiegare?
Solo se hai voglia di farlo, ovviamente.
Non hai mai paura tu?
O forse no? Forse ce l'hai. Meno di me, certo. Ma la tua curiosità è più forte, la tua curiosità vince. Vince facile.
Mentre la mia, sottile e nervosa, si trascina dietro una paura col culo pesante e che punta pure i piedi, 'sta stronza! Anche la mia curiosità alla fine ha la meglio. Certo, per chi mi hai presa? Ma che fatica ogni volta, che gran fatica!

Caro estroverso,
sappi che io non ce l'ho con te, ma t'invidio.
T'invidio disperatamente.
Altro che i soldi e la bellezza. Chi se ne fotte di quella roba là?
Io invidio la mancanza di uno stomaco annodato in situazioni che non lo meriterebbero. Invidio la leggerezza pura non rovinata dall'ansia gratuita. Invidio la capacità di guardare il mondo fuori senza i giri infiniti di guardare prima se stessi, poi l'immagine di sé proiettata sugli altri, poi quella degli altri su di sé, e poi, epoi, epoiepoi epoiepoiepoi

Caro estroverso,
nudo puro e felice,
caro estroverso se ci sei, se esisti, batti un colpo e raccontati.
Perché tu esisti, vero?

O arranchiamo tutti immersi in diversi livelli di disagio?

giovedì 8 settembre 2016

Lisbona è


Io a Lisbona ci volevo andare da almeno 15 anni e quest'anno, finalmente, ci sono riuscita.

Lisbona è calda. Maledettamente, vigliaccamente, follemente calda. Però è bella. Unicamente, riccamente, luminosamente bella. E ha una forte personalità. Fatta di Sud America, Africa ed Europa. Cannella, cani tristi, e mosche invadenti. Residui di rasta appiccicati a fronti sempre più ampie, ricci fittissimi su teste chiassose, e lanugine stanca di vecchi gentili.

Lisbona è la scalinata in Rua Cidade de Manchester, che mi darà gli incubi per il resto dei miei giorni. È un padrone di casa che appena mi vede, sudata, stanca e incazzata, ride forte e poi mi abbraccia consolandomi in una lingua che non capisco ma pare dolcissima. È il centro città, dove la prima cosa che chiedono è "Hashish? Coca?" e continuano a farlo ogni giorno, a qualsiasi ora e in qualunque condizione di affollamento umano t'incrocino, tanto che alla fine ci si convince di avere un'aria da fattoni che neanche i protagonisti più bruciati di Trainspotting.
Lisbona è il Barrio Alto dove il sole che cala finisce dritto negli occhi, ma intanto sale la brezza, il caldo si cheta, e hanno tutti un giacchino. Tutti tranne me che, infatti, c'ho freddo e mi lamento.
Lisbona è riso patate e acciughe, riso patate e baccalà,  riso patate e pollo, riso patate e filetto, riso patate e all'animadichitemmuort! E il pane? A parte.
Lisbona è il quartiere di Belém, così bello che senza la città non sarebbe la stessa. È il Museu Berardo che lascia a bocca aperta,  con Andy Warhol da una parte, Fontana dall'altra,  e tanta roba pazzesca che sarebbe d'andarci a vivere proprio in mezzo. È il Pastel de Nata appena sfornato, così caldo che la sfoglia si scioglie mentre si affonda la punta della lingua nella crema, si socchiudono gli occhi, e si mugola di piacere rischiando l'accusa di atti osceni in luogo pubblico.
Lisbona è la vicina Sintra, dove i Castelli colorati punteggiano il bosco fitto, e un giro in tuc tuc può salvarti da morte certa per insolazione.
Lisbona è una stanza buia dove raccontano il terremoto così bene da far venir paura e anche il magone. È il venditore di vinili che si scoccia se entri a curiosare nel suo negozio. È il tram 28 che si aspetta al capolinea dietro a una fila infinita, ci si arrende, si progetta di svegliarsi all'alba dell'indomani, ma poi lo si becca semivuoto a una fermata qualsiasi, ci si sale sopra e si è felici felici felici.  Al ritorno, però, non passa più, ci si trova in mezzo al nulla, e si torna a piedi ululando di stanchezza.
Lisbona è Alfama e il fado, i bar minuscoli, le salite assassine, i turisti in stato confusionale, e la foto perfetta.
Lisbona è il ristorante preferito, con la cucina buonissima e i camerieri tanto rimbambiti da sembrar finti.
Lisbona è il mercato delle pulci che "Sembra la parte brutta-bruttissima del Balon", ma poi ci trovi quelle foto belle-bellissime da appendere a casa.
Lisbona è la diabolica scelta urbanistica di qualche visionario sadico, che ha fatto in modo che non ci sia mai ombra da nessuna parte, men che meno nei luoghi dove bisogna stare in coda. Ma comunque IO non sono riuscita ad abbronzarmi neanche lì.

Lisbona è meravigliosa e faticosa, un'orgia irresistibile di pregi e difetti.

Lisbona è la dimostrazione che le vacanze perfette sono fatte per i tristi di cuore e di spirito. Lei ti può offrire solo quelle imperfette e, infatti, noi siamo stati benissimo.
 

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