martedì 5 settembre 2017

XY00254


È giorno fatto, quando D. decide finalmente di alzarsi. 

Beve un sorso di caffè freddo ed esce di casa.
Non chiude la porta.
Non la accosta nemmeno.

Il cielo è di un azzurro perfetto, i fiori nelle aiuole sono al massimo del loro splendore, una leggera brezza rende la temperatura ideale.

D. passeggia tranquillamente lungo i viali, con un libro sotto il braccio.
Poi si stende sotto un albero.

“Il tempo aveva perso la sua qualità pluridimensionale. Per Robert Neville esisteva soltanto il presente; un presente basato sulla sopravvivenza quotidiana, scandito dall’assenza di picchi di gioia o abissi di disperazione. Sono a un passo dallo stato vegetale, pensava spesso”. (*)
Legge ad alta voce, quando una mela si stacca dal ramo per cadergli a pochi centimetri. Un rumore secco, un evento piccolo e inaspettato che attira la sua attenzione. Ha fame e se ne ricorda in quel momento, quindi afferra il frutto e vi affonda i denti. Il succo zuccherino gli riempie la bocca ed un piccolo rivolo gli scivola lungo il mento. D. si pulisce svogliatamente con la mano, per poi infilare le dita tra le labbra e succhiare il dolce nettare. Sarebbe una sensazione piacevole se solo riuscisse a goderne.

“Devo cenare” – dice a nessuno, e s’incammina verso un supermercato.
Fa lo slalom tra le corsie e sceglie una lattina di carne in scatola.
Passa dalla cassa.
Non paga.

Sale con tranquillità le scale e raggiunge il suo appartamento.
Prepara la tavola: un piatto, una forchetta, un bicchiere d’acqua.
La carne e la gelatina gli si sciolgono in bocca.
Pulisce il piatto con cura, non rimane neanche una briciola.
Poi beve l’acqua fino all’ultimo sorso.

La radio è muta.
La televisione accesa dichiara “l’interruzione dei programmi”.
Così era questa mattina, così ieri, così l’altro ieri.

Così un anno fa, per la prima volta, quando D. si svegliò e si accorse di essere solo. Solo in casa, solo sul pianerottolo, solo nel palazzo, solo nell’isolato, solo nel quartiere, solo in città, solo nel paese, solo sul pianeta. Ha trascorso gli ultimi 360 giorni a cercare qualcun altro. A piedi, in bici, in auto, ha attraversato tutte le strade che ha potuto raggiungere senza trovare nessuno. Nessun uomo, nessuna donna, non un bambino su un’altalena, non un cane che sonnecchiava all’ombra, non un passerotto sopra un ramo, non un ratto in mezzo all’immondizia, non uno scarafaggio in un angolo buio, non una zanzara attirata dal suo odore. Niente e nessuno.

Il mondo è una scatola vuota a sua disposizione. Ogni cosa al suo posto, non come se gli altri se ne fossero andati mentre dormiva, ma come se nessuno avesse mai abitato la terra prima del suo risveglio. Un enorme plastico fatto di piante vere, fiumi che scorrono, supermercati da svuotare, teatri con camerini ordinati pieni di costumi che nessuno pare avere mai indossato. D. ha cercato qualcuno e qualcosa. Ma non ha trovato alcuna compagnia, né risposta.

Si alza dal tavolo, sparecchia e ripone tutto con cura. Poi va in bagno e apre l’acqua della vasca. Nel frattempo si spoglia, prima slaccia l’orologio, poi le scarpe, si sfila la t-shirt, si toglie jeans, calzini e slip. S’immerge.

Appoggiata al bordo di ceramica c’è una lametta. D. l’ha messa lì cinque giorni fa, appena di ritorno dal suo viaggio. Aveva ancora bisogno di alcuni giorni. Un’ultima flebile speranza. Ma ora tutto è pronto, tutto è deciso.

Un taglio al polso destro. Profondo.
Uno al sinistro. Altrettanto.

L’acqua cambia immediatamente colore. D. appoggia la testa al bordo e attende. Mezz’ora dopo il suo corpo si affloscia e scompare sotto la superficie. Piccole bolle affiorano. Una, due, tre, e poi più nulla.

Il mondo è vuoto. Ora. Completamente.

 _ Esperimento XY00254 concluso
Specie: Homo sapiens sapiens
Durata: 365 giorni terrestri
Metodo anticonservativo scelto: rescissione vasi sanguigni arti superiori
Avvio esperimento XY00255 _

Fine

(*) tratto da Io sono leggenda (I Am Legend) di Richard Matheson 

Questo racconto e molto altro, scritto da me e soprattutto da tanta altra bella gente, lo trovate su 22 Pensieri, la rivista mensile che raccoglie parole e immagini di un gruppo di impavidi e bellissimi figuri!


sabato 2 settembre 2017

L'alunna Pancrazia e la scoperta della bellezza

Mettiamo subito le cose in chiaro: la filosofia l'ho studiata solo al liceo e non l'ho mai amata, per niente!

La mia professoressa era un'attempata figura dall'aspetto innocuo e l'animo satanico, un essere millenario che rifiutava la pensione in favore della tortura e dell'abbattimento morale dei giovani a lei affidati. Tanto colta quanto faziosa, tanto preparata quanto arida, se non fosse stata un'insegnate di filosofia avrebbe potuto fare un personaggio del Trono di Spade. Un drago.

Non stupisce dunque che, tra me e l'augusta materia, non sia mai scattato amore, amicizia, e neanche un barlume di vago interesse.

Poco tempo fa, però, mi è capitato tra le mani un libretto curioso: "Il prof. K. e la scoperta della bellezza". Il K. del titolo è Kant, e il romanzo racconta un processo a suo carico, senza giudice ma con una giuria popolare e tanti testimoni, tra cui la sensuale Professoressa Ragione, che irretisce come una sirena, e il muto Professor Senso, che percepisce tutto ma non è in grado di raccontarlo al mondo. E già da questi due esempi è facile comprendere il tono del racconto. 

Una storia veloce, leggera, ricca di trovate interessanti. Un romanzo capace di parlare di filosofia anche a quelli come me, quelli che partono con chilate di pregiudizi, pessimi ricordi e bassissima propensione all'ascolto.

Un libro da leggere se non avete mai amato la filosofia o se avete sempre amato la filosofia. Da leggere se avete studiato o volete studiare la filosofia. Da leggere e far leggere se insegnate filosofia e avete l'aspetto innocuo ma l'animo satanico, o viceversa.

Il prof. K e la scoperta della Bellezza
Emanuele Rainone

mercoledì 31 maggio 2017

Nella Rete: torqui_tax

Vi ricordate quando segnalavo interessanti realtà online? Blog, web serie, eventi e così via? Ecco, oggi lo rifaccio. Oggi riciccio fuori questa rubrica per consigliarvi un profilo instagram speciale: torqui_tax di Michele.
A scanso di equivoci, vi avverto subito, lui è amico mio. Ma mica vi ho mai segnalato profili di altri miei amici, no? E allora fidatevi. Se lo faccio questa volta, vuol dire che ne vale la pena. Conosco Michele, online e offline, ormai da un bel po'. Con lui ho girovagato per Milano e pure per Torino. Con lui ho mangiato pizza in via Po e panini con la mortadella a Venaria. Con lui ho ballato in metropolitana e chiacchierato fino allo sfinimento nella mia casa appena inaugurata. Di Michele apprezzo la penna arguta e i mille personaggi che è in grado di creare. Di Michele conosco la sensibilità che tiene al sicuro sotto montagne di ironia e finta noncuranza.

Il suo non è un banalissimo profilo instagram pieno di belle foto. No, è qualcosa di più e di diverso. Un percorso. Un racconto. Micro scampoli della sua bella Verona raccontati attraverso gli occhi suoi e le vicende dei suoi amici (maggiordomi) immaginari. Non aspettatevi fuochi d'artificio, sovraesposizioni e rivelazioni pruriginose, ma verità, verosimiglianza  e sorrisi spontanei.

Andate a dare un'occhiata e seguitelo: una boccata d'aria fresca e originalità in tanta laccata noia.

https://www.instagram.com/torqui_tax/


domenica 14 maggio 2017

Grazie, eh!

Causa tendinite pervicace e malevola, sono stata costretta 5 giorni al totale allettamento.
"Si alzi solo per andare in bagno" ha ordinato il medico, senza lasciare adito ad interpretazione alcuna.
E così sono rimasta sdraiata a dormire sul materasso, sdraiata a fissare il soffitto sul materasso, seduta a lavorare col portatile sul materasso, seduta a sospirare lamentosa sul materasso. E, seppur  consapevole che le disgrazie sono altre, permettetemi di dire che la faccenda è stata alquanto fastidiosa. Ma mentre io mi abbrutivo sotto le coltri, intorno a me gli altri si muovevano solerti e utili. Una su tutti: Madre Cole.

Io odio dipendere dagli altri. Cioè, lo so che, in generale, non piace a nessuno ma io non ne faccio una questione d'indipendenza e orgoglio, o almeno non solo. A me infastidisce soprattutto la posizione scomoda in cui un rapporto di dipendenza, seppur momentaneo, ti mette. La riconoscenza è un sentimento nobile ma anche una gabbia. Non guardatemi con quell'aria di rimprovero ma apprezzate, al contrario, la mia sfacciata sincerità.

Io, in occasione di questa domenica di maggio, lo devo dire. Devo confessare che, all'ottava volta che mia madre, giunta in mio soccorso,  aveva da ridire su uno qualunque degli aspetti della mia gestione casalinga, io desideravo ancora dirle "Grazie madre per essere venuta qui ad occuparti di me e del  mio domicilio" (non sono mica un arido mostro) ma desideravo anche,  e con altrettanto se non superiore ardore, tirarle dietro una delle due stampelle che usavo per deambulare verso il bagno.
"Uh quanta roba da lavare" criticava e a me iniziava a salire la carogna.
"Ma perchè tieni le pentole così? Aspetta che le metto a modo mio. Ecco, molto meglio" stravolgeva e a me si risvegliava la gastrite.
"La tua dispensa è troppo disordinata, che ci fanno gli spaghetti accanto al riso?" sgridava e io tentavo di afferrare la stampella appoggiata al cassettone.
Ma poi lei mi rimboccava le coperte, portava il minestronecomepiaceame e mi comprava le briosche dal bar sotto casa. Io allora mi chetavo, mollavo la stampella e mi sentivo pure un poco in colpa per i sentimenti precedenti. Ma solo un po', eh.

C'è questa ingiusta regola non scritta per cui, se mi stai facendo un favore, io non posso dire niente, sospirare, alzare un sopracciglio. Devo accettare tutto passivamente, sorridente e, se possibile, esibendo anche uno sguardo di devozione di cristiana ispirazione. Io devo accettare con tutto il pacchetto anche e soprattutto la sgradevolezza del samaritano, le diverse opinioni e la pesantezza. E secondo me, chi ti fa il favore, in quel momento un po' se ne approfitta, conosce il suo potere e lo esercita. Tutti siamo corsi in aiuto di qualcuno almeno una volta nella vita e tutti, un po', ce ne siamo approfittati. "E  pensare che gli sto facendo un favore... che ingrato" abbiamo  pensato quando abbiamo ritenuto il nostro gesto non sufficientemente apprezzato. Aprezzamento che può variare, a nostro insindacabile giudizio, da un sorriso sincero all'anima del primogenito di chi abbiamo aiutato.

Non fate segno di no con la testa, non ci crede nessuno, l'avete fatto e lo fate anche voi e, se credete di no, è solo perché non ve ne siete mai resi conto. Questo fa di voi degli inconsapevoli non degli innocenti. Anzi, per quanto mi riguarda, l'inconsapevolezza è un aggravante!
"Io ti faccio un favore, io comando, tu ringrazia e taci,  puzzone!" è il sottotesto che guida certi scambi. Scambi meravigliosi, la cui unica alternativa sarebbe essere soli al mondo senza l'aiuto di nessuno, ma pur sempre scambi. Ricordiamoci la gratitudine ma smettiamo di lucidare tronfi le nostre aureole.

Ora vi saluto, devo andare a fare gli auguri a mia madre e a ringraziarla perché senza di lei non ce l'avrei mai fatta in questi giorni. Prima però vado a rimettere in disordine la dispensa, che a me piaceva di più com'era prima.

Tanti auguri alla mamme e ai benefattori... tanta pazienza a tutti gli altri.

venerdì 28 aprile 2017

Humans Cole

I mei lettori più affezionati se ne ricorderanno. Gli altri no.

Per una paio d'anni, il mio socio Sergio Sasso ed io, abbiamo girato per le vie di Torino alla ricerca di storie da raccontare. Ispirati dal fantastico progetto Humans of New York, abbiamo sviluppato il nostro Humans-Torino. Sergio fotografava, io intervistavo. 

Quest'esperienza si è ormai conclusa, perché anche le cose belle finiscono,  il gioco è bello quando dura poco, chi da sé fa per tre, tanto va al gatta al lardo, sopra la panca la capra campa, tre tigri contro tre tigri, e un elefante dondolava sopra un filo di ragnatela... dicevo, il progetto si è concluso ed io mi sono detta: "ci sono due anni di lavoro, incontri e vita in quella pagina facebook, vuoi mica che tutto questo resti solo nelle volubili mani di Mark Zuckerberg?" 
"Eh no!" mi sono risposta.

E così ho deciso che ogni settimana pubblicherò qua, a casa mia, alcune delle storie raccolte nel tempo.
Vi piace l'idea? Ma certo che vi piace.
E allora cominciamo subito.

Se penso a Humans Torino penso a lei. Ai suoi occhi dolci e a quella leggera smorfia. Penso a lei che ci raccontò una piccola grande lotta interiore con una sincerità e una naturalezza che mi colpirono allora e mi colpiscono ancora.


Sangue egiziano. 
Cultura italiana.

"Cerco di avere una mentalità aperta, di comprendere e accettare. Ma fatico a rapportarmi con le mie radici egiziane.
Il problema è la cultura musulmana ed il ruolo che lascia alle donne.
Studio comunicazione interculturale e sogno di fare la mediatrice. Ma sono io stessa la prima che deve superare limiti e pregiudizi"

domenica 9 aprile 2017

Regola numero 10

Far valere tutto e il contrario di tutto 

Stabilire delle regole e poi contraddirle. Pubblicare interi romanzi e lasciare a metà brevi racconti. Descrivere con dovizia di particolari episodi di vita familiare ma fare i criptici con quella sentimentale. Parlare di mille amori e di nessuno. Seguire l’attualità e poi tuffarsi in un modo fantasioso slegato dalla realtà. Passare da un blog personale, a uno dedicato alla letteratura, per finire col dedicarsi al teatro e allo spettacolo locale. Mollare tutto. Ricominciare da capo. 
Questa è la ricetta di Radio Cole. 

L’insuccesso è assicurato ma il divertimento anche.

sabato 8 aprile 2017

Regola numero 9

Scrivere post a puntate e poi lasciarli a metà

Prima fu il romanzo d’appendice, poi i radiodrammi, infine soap opera e telefilm. 
Il pubblico adora le storie a puntate. Spasima per un finale sospeso che spinga ad attendere trepidante l’episodio successivo. Si affeziona ai personaggi e alle loro vicende. 

Un blog personale, di per sé, è già tutto questo. Se poi al blog si aggiungono vicende private o racconti inventati, narrati a spizzichi e mozzichi, l’effetto calamita del lettore è assicurato. A meno che...
A meno che non vi chiamate Jane Pancrazia Cole e siate affetti da un’inspiegabile fascinazione per l’autodistruzione e l’autosabotaggio. 

Fate come me, iniziate a scrivere storie a puntate, a raccontare vacanze a puntate, viaggi metaforico-esistenziali a puntate. E poi diluite sempre di più i post fino a mollare il tutto a metà. Per pigrizia. Per penuria d’ispirazione. Per semplice sadismo. Fate così e i lettori non solo vi abbandoneranno, ma vi schiferanno proprio, vi augureranno le peggio punizioni divine e toglieranno il saluto a voi e a tutti i vostri familiari fino all’ottava generazione. E voi potrete dichiararvi con soddisfazione e orgoglio: blogger sconosciuti e pure un poco stronzi

E nel caso non vi venisse in mente nessuna vicenda da utilizzare per torturare i vostri lettori, non temete, ci penso io a darvi utili suggerimenti! Buttatevi sui generi più gettonati: love and trip. Inventatevi un nuovo fidanzato e una fantomatica proposta di matrimonio. E poi interrompete senza dare spiegazioni. Millantate un viaggio coast to coast negli Stati Uniti. Scrivete 10 post solo su biglietto, passaporto, valigia e viaggio verso l’aeroporto. E poi sparite nell'oblio, per riprendere dopo poco tempo a scrivere di tutt'altro, con una nonchalance da navigate carogne. 

I lettori soffriranno e vi odieranno. Voi brinderete compiaciuti alla vostra inutile, e per questo motivo ancora più succosa, cattiveria.  Prosit!
 

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